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Intervista a Riccardo D'Avino: un cantautore torinese emergente

 CHI E’ RICCARDO

Riccardo D’Avino è originario di Rivoli, ha trent’anni, il sorriso facile, una voce profonda dal tono tranquillo e una passione che l’ha portato a diventare cantautore. Si avvicina alla musica come chitarrista, ma scopre che per esprimersi ha bisogno anche della voce e nel 2008 registra “New Day”, il suo primo EP, a cui farà seguito “Fuggire e Ritornare” nel 2009. Nel 2010 l’etichetta discografica Can Can Music Publishing decide di scommettere su di lui, Riccardo ottiene il suo primo contratto e “Fuggire e ritornare” viene pubblicato sotto etichetta. Nel 2013 esce con un nuovo singolo dal titolo “E fine non avrà”, che resta per diversi mesi nella Indie Music Like, la classifica dei brani più trasmessi dalle radio indipendenti. Nel 2014 esce “C’è qualcosa che non va”, un singolo molto diverso dalle sue precedenti canzoni, caratterizzato da vivacità e un sound ironicamente retrò. Questo percorso ha portato Riccardo a raggiungere, nel luglio 2015, il primo traguardo nel suo percorso musicale: la pubblicazione di “Ritorno al silenzio”, il suo primo album, prodotto dall’etichetta Hydra Music.

RITORNO AL SILENZIO

Ho scoperto il suo disco al ritorno da un lungo viaggio che ha rivoluzionato la mia vita e i miei progetti e forse anche per questo mi ha colpita. Perché “Ritorno al silenzio” è un album mutevole, irrequieto, proteso verso il cambiamento e la necessità di mettere in discussione il contesto in cui si è immersi mettendo in discussione se stessi. “Ritorno al silenzio” è un disco che lo scrivi e lo canti quando arrivi a metà dei vent’anni, hai le consapevolezze necessarie a fare di te un adulto, ma ti porti ancora addosso il bisogno di risolverti e la claustrofobia che il contesto in cui sei immerso può esercitare su quello che sei o che vuoi diventare. “Ritorno al silenzio” è un disco pop caratterizzato da ricerca ed eclettismo, da molteplici sfaccettature in grado di guardare alla psichedelia come alla musica nera, da suoni cupi ed echi luminosi, da sonorità anni ’90 a tratti dure che sembrano guardare al metal, uniti dal filo conduttore di un’ispirazione pop ibrida.
È questa l’impressione che condivido con Riccardo per rompere il ghiaccio ed aprire la nostra intervista.

Ascoltando il tuo disco si rimane colpiti da due cose: ci sono suoni e ispirazioni molto varie e un minimo comun denominatore profondamente pop a unirli. Quest’anima pop è il frutto di una scelta oppure una direzione che stai sperimentando? 
Il pop per me è una direzione maturata negli anni, un punto di arrivo. Sono partito da generi profondamente diversi come il metal, l’alternative rock e il punk, ma durante il mio percorso mi sono appassionato alla melodia e ai testi e ho iniziato a cercare sonorità che mi permettessero di esprimere questi elementi al meglio. Così sono approdato su sonorità pop, perché hanno il potenziale di essere belle per molti. Una canzone è pop quando ha il potenziale per piacere a tanti e questo mi permette di raggiungere un pubblico eterogeneo, è un veicolo per dare più spazio a quello che voglio comunicare nei miei testi e raggiungere più persone.

Però fanno spesso capolino “contaminazioni” varie e anche molto dure. Questo pop ibrido è voluto o è il frutto del tuo background rock?
Credo che questo eclettismo sia un po’ il mio marchio di fabbrica. Amo integrare il pop con altri generi, perché non penso che debbano necessariamente escludersi a vicenda. Prendi i Blur: il fatto di essere pop non gli ha impedito di integrare i loro suoni con elementi alternative o indie rock. Per questo nel mio disco ho cercato di inserire ispirazioni molto varie, da Battisti ai Rem, da Lucio Dalla agli Smiths, passando per i Cure e i Nirvana. Per canzoni come “C’è qualcosa che non va”, invece, ho provato a fare un tuffo nella musica nera, guardano a Stevie Wonder e Ray Charles.

Parlando di contenuti, invece, l’impressione generale che comunichi sembra essere un senso di insofferenza verso il contesto in cui siamo immersi e le pressioni che esercita su di noi. Si sente una sorta di irrequietezza, voglia di resistere, ricerca. Ci ho visto giusto?
In un certo senso sì. C’è sicuramente un senso di agitazione che pervade il disco e una componente di denuncia verso le pressioni che il contesto in cui siamo immersi può esercitare. Per esempio, “Giudicarti inutilmente” è una canzone che parla di una ragazza che soffre di anoressia e tratta questo tema. La vera domanda che l’agitazione che pervade il disco si pone, però, è se possa esserci silenzio, inteso come maturità, come quiete, come la sensazione di essersi risolti. Il silenzio in questo senso è un’ancora di salvezza, il silenzio è necessario per trovare se stessi. Nel mio caso, è un silenzio che giunge solo con la musica, perché a essere onesto non mi sento molto zen! Quello che voglio comunicare è questo bisogno di creare la propria bolla di silenzio in cui trovarsi, nonostante tutte le ansie in cui ogni giorno siamo immersi.

Che cosa ti ha dato questo disco, oltre all’opportunità di esprimere tutto questo?
Questo disco mi ha dato tantissimo, si tratta della raccolta di anni di esperienza. È stato un modo per tirare musicalmente le fila di ciò che ho realizzato, di raccogliere i cambiamenti e fonderli insieme. È una raccolta di emozioni ed esperienze, oltre a costituire un biglietto da visita.

Veniamo a un’altra componente cruciale nella vita di un cantautore: i live. Come vivi questa forma di espressione e quanto ti ha dato la scena torinese?
I live per me sono un’espressione di grandissima energia. Ho sempre amato esibirmi, anche grazie al fatto che suono con ottimi musicisti come Luca Zanon, Stefano Torchio, Alan Pipino e Alessandro Labso. Ho fatto il mio primo concerto nel 2005 e la considero una possibilità di grande condivisione col pubblico. Per quanto riguarda la scena torinese, è sicuramente una scena viva e interessante, sebbene più piccola rispetto a quelle di Roma o Milano. È una scena molto particolare perché varia e la contraddistingue il fatto di essere più alternativa rispetto ad altre scene, è caratterizzata da una sensibilità per generi più di nicchia rispetto al mio. Da questo derivano alcune difficoltà per un cantautore pop in quanto i live club prediligono altri generi, ma è comunque possibile trovare lo spazio di esprimersi. Un’altra bella possibilità di esprimersi la offrono i concorsi canori, che danno anche la possibilità di farsi conoscere da pubblici sempre nuovi e diversi.

A valle di questa chiacchierata con Riccardo, non posso fare a meno di sorridere pensando a quante emozioni e quante possibilità può dare l'avere una passione vera per qualcosa. Quella di Riccardo è per la musica, e la sa trasmettere sia cantando che parlandone. Per ascoltarla espressa in musica, potete fare un tour tra i suoi suoni qui.