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LA FLOTTA PERDUTA DI KUBILAI KHAN. Mostra Fotografica della Spedizione Archeologica

Mostra Fotografica della Spedizione Archeologica
Dal 22 ottobre al 20 novembre 2016

Agli scolari di Takashima, una minuscola isola all’estremità meridionale del Giappone, nella prefettura di Nagasaki, veniva raccontata come una favola: la storia di un’immensa flotta nemica, arrivata in tempi remoti dalla Cina, distrutta e consegnata alle profondità del mare dai kamikaze , i «venti divini» mandati in soccorso della patria - quelli stessi che hanno dato il nome ai piloti nipponici suicidi della seconda guerra mondiale. E qui ogni anno, il 15 agosto, anniversario del prodigio, si celebra una grande festa e nel tempio zen si onorano i morti di entrambe le parti.


 
Alla base della leggenda c’è però la realtà storica, documentata in un testo cinese del XIV secolo, lo Yuan shi (Cronache degli Yuan), che riportando fatti avvenuti mezzo secolo prima parla di una spedizione di 4400 imbarcazioni, con 150 mila uomini (una palese esagerazione: qualche cosa di paragonabile solo allo sbarco in Normandia), allestita nel 1281 dal Gran Khan mongolo Kubilai, nipote di Gengis Khan, noto in Occidente per avere ospitato alla sua corte Marco Polo. Mancava tuttavia il riscontro oggettivo. Come e dove erano finite le navi? 

La spedizione di archeologia subacquea in Giappone, finanziata e sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha permesso di scrivere un’importante pagina di storia, svelando quello che era considerato uno dei dieci grandi misteri dell’archeologia.
La missione archeologica è stata raccontata al pubblico contestualmente all’apertura della mostra da Daniele Petrella Presidente dell'IRIAE, Marco Merola giornalista e fotografo e da un rappresentante del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.



Nel 1281 l’Imperatore della Cina Kubilai Khan, nipote del più noto Gengis, tentò di invadere il Giappone, ma la gigantesca flotta di circa mille imbarcazioni e quarantamila uomini fu fermata da un improvviso e violentissimo tifone che la fece affondare insieme ai suoi sogni di conquista. La terribile tempesta, che venne considerata provvidenziale dai giapponesi, fu appunto ribattezzata kamikaze, il “vento divino”.

«La flotta di Kubilai fu investita dal tifone alle spalle, quando era vicina alla baia di Imari», ricostruisce Merola. «Una baia piccola, con molti scogli affioranti, e troppe navi: almeno un migliaio, presumiamo, per un totale di 40 mila uomini. Cercare riparo qui fu una scelta infelice. Le imbarcazioni si urtavano, come in un gigantesco autoscontro. Il resto lo fecero i fondali vulcanici, bassi e conformati a lame». Non tutte le navi, però, colarono a picco. Quelle che si salvarono furono attaccate dai veloci barchini degli incursori samurai che salivano a bordo e decapitavano i nemici provati dal tifone, per poi portare i macabri trofei allo shogun che aveva promesso tanta terra per quante teste mozzate. 

Di questi vascelli non si è più trovata traccia. La fortuna postuma di quelli affondati sta invece in quegli stessi fondali che avevano contribuito a farli a pezzi. «Le sabbie fangose, continuamente rimestate dalle correnti, hanno agito come una coperta, salvando il fasciame dalla corrosione. Un miracolo», dice Petrella. Uno dopo l’altro sono così usciti dal mare migliaia di reperti lignei, trasportati nel Museo Storico ed Etnografico di Takashima, dove sono conservati in grandi vasche di acqua di mare e settimanalmente trattati, con dedizione tutta orientale, con un polimero che li preserva dai parassiti.


 
Dal numero delle ancore ritrovate, le navi finora identificate sono 260. Tra gli altri reperti recuperati, mortai, forni, vasellame, elmi, specchi, perfino un’armatura di cuoio con le giunture di rame, perfettamente conservata in uno scrigno sigillato con il mastice. Ma il ritrovamento più inatteso è quello dei teppo, bombe da lancio di terracotta riempite con polvere da sparo e schegge di ferro. «Un’arma micidiale», osserva Petrella, «che credevamo fosse stata creata due secoli dopo in Occidente. Del resto era già raffigurata su un emakimono giapponese, un disegno su carta di riso arrotolata lungo 37 metri, che racconta il tentativo di invasione mongola: ma fino a quando non abbiamo trovato i teppo non riuscivamo a interpretarlo».
Da quelle prime bombe rudimentali che dovevano colpire il Giappone nell’agosto del 1281, all’atomica che esplose nello stesso mese del 1945 nella medesima prefettura di Nagasaki; dai kamikaze che una volta salvarono, a quelli che nulla poterono alla fine della seconda guerra mondiale. 

La spedizione archeologica dell’IRIAE (International Research Institute for Archaeology and Ethnology) realizzata in collaborazione con l’ARIUA (Asian Research Institute for Underwater Archaeology) ha riportato alla luce dopo sette secoli la maestosa flotta agli ordini di Kubilai Kahn nelle acque dell’isola di Takashima, regione del Kyushu, nel sud del Giappone.



La Mostra, realizzata in collaborazione con l’IRIAE, presenta 36 fotografie di grande formato e diversi video. Gli scatti dei giornalisti e fotografi Marco Merola e David Hogsholt, realizzati in occasione di un reportage poi pubblicato dal prestigioso magazine internazionale Terra Mater, hanno colto i momenti di scavo subacqueo, di recupero dei materiali e di 'vita' della missione più suggestivi.

Nel 2014 grazie a questa importantissima scoperta Daniele Petrella e l’IRIAE sono stati insigniti del Premio RotondiSalvatori dell’Arte” nel Mondo.

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fonte testo:
-http://www.maotorino.it
-http://www.lastampa.it

fonte immagini:
1. http://www.lastampa.it
2. http://www.ilmattino.it
3-4. http://rottasutorino.blogspot.it