"Aspettando Godot" e l'inutilità del tempo

Aspettando Godot è in assoluto l’opera teatrale più famosa e di successo di Samuel Beckett, il celebre drammaturgo irlandese, insignito nel 1969 del Premio Nobel per la Letteratura. Il dramma fu inizialmente redatto in francese nel 1952, per poi essere tradotto in inglese solo due anni dopo. La prima assoluta si tenne al Théâtre de Babylone nel 1953, dove non fu accolto del tutto positivamente: l’originalità dell’opera sconvolse il pubblico e divise la critica. Nonostante ciò, ottenne un immediato e imprevisto successo, tanto che lo spettacolo fu replicato innumerevoli volte nei teatri parigini e, ben presto, anche nei teatri di tutto il mondo.
L’opera si divide in due atti e ha per protagonisti due vagabondi. Vladimiro (soprannominato Didi) ed Estragone (Gogo), si trovano su una strada di campagna, in attesa dell’arrivo di un misterioso personaggio, un certo Godot, che di tanto in tanto manda loro un ragazzo per informarli di aver posticipato il loro appuntamento. Nell'attesa di quest'uomo, i due, continuando a lamentarsi per il freddo e la fame, meditano di separarsi l'uno dall'altro o addirittura di suicidarsi, senza però fare mai nulla. Nel dramma compaiono anche altri due personaggi, Pozzo e Lucky. Il primo è padrone del secondo e i due hanno un legame quasi simbiotico. Didi e Gogo, vedendoli, hanno modo di confrontarsi sulla condizione servile di Lucky e affermano di esserne quasi spaventati, senza però rendersi conto di essere a loro volta schiavi dell’attesa in cui stanno vivendo.
La caratteristica che appare più evidente allo spettatore è l'inutilità dei concetti di tempo e di spazio all'interno dell'opera. Non esiste un passato e non esiste un futuro, ma solo un presente che si ripete identico a se stesso nel corso del tempo; la scena è statica, i personaggi sono inquadrati in un ambiente che è sempre uguale. Gli allestimenti che completano la scenografia sono ridotti al minimo. Non c'è neppure azione, dal momento che i protagonisti prendono decisioni senza nemmeno provare a portarle avanti. La trama è scarna, esattamente come i dialoghi tra i personaggi, totalmente privi di senso, ma pregni di luoghi comuni o modi di dire popolari. Il linguaggio è utilizzato più per riempire di parole l'estenuante attesa dei due protagonisti che per conferire spessore alla trama.
La vita umana è presentata sotto un'accezione negativa, ossia caratterizzata dalla sofferenza, una sofferenza per la quale Beckett non offre alcuna soluzione. Eppure il dramma è permeato da umorismo, per quanto grottesco esso sia. Assistere alla routine quotidiana dei due barboni, non può che suscitare in più di un'occasione una risata, resa però amara dalla consapevolezza, che lo spettatore assume assistendo alla rappresentazione, della totale mancanza di significato della vita umana, vista da Beckett stesso come una serie di eventi, anch'essi privi di significato.
I dibattiti su chi o cosa rappresenti Godot proseguono sin dalla prima rappresentazione dell’opera e pare impossibile giungere a un’interpretazione univoca di questa figura. Beckett stesso ha sempre rifiutato di dare spiegazioni sul significato di questo ambiguo personaggio. Ad ogni modo, la critica teatrale ha accettato come maggiormente verosimile l’interpretazione religiosa: Godot, con tutta probabilità, deriva dalla parola “God”, in inglese “Dio”, con l’aggiunta del suffisso francese vezzeggiativo “ot”. L’attesa di Godot per i personaggi è simile a quella di Dio per gli uomini. Non viene precisato se si tratti o meno di un’attesa vana: l’autore, in questo senso, decide di lasciare la questione aperta, vista anche l’impossibilità di trovare risposta a un simile interrogativo.

Fonti immagini:
- www.metastasio.net
-www.biografieonline.it