Due parole su... "Pulp Fiction"

Pulp Fiction. Un film che tutti hanno almeno sentito nominare, se non avuto occasione di vedere.
Un film che per essere compreso appieno, forse, andrebbe visto più d’una volta e, probabilmente, molte.

L’intreccio non immediato e  i dialoghi complessi:
Infatti l’intreccio non è lineare, sia cronologicamente che per i cambi bruschi di punti vista:
ora è la coppia che vuole rapinare il ristorante, poi sono i gangsters che devono regolare i conti, poi il pugile che frega il boss della malavita …
Viene sempre un po’ da chiedersi: ”Ma dove  sono? Con chi? E quando?”.
E poi i dialoghi … magari ero io che ero soltanto un po’ stanco, ma ho faticato a stare dietro a tutto tutto: parlati veloci, con tendenze filosofeggianti e risvolti all’assurdo, risultano complessi e sfuggevoli.
Sì, direi che lasciano un senso di: ”Cavoli, mi sono perso qualcosa” .



Poi ci sono le scene d’azione, le inquadrature particolari e le esagerazioni cinematografiche che regolarmente irrompono per lasciare scariche in grado di rivitalizzare l’interesse e dare il senso che stia accadendo qualcosa di speciale. Questo è importante perché siamo abituati a guardare, a voler guardare, qualcosa che sia speciale, che sia al di là del mondo reale.

Però, se ci pensiamo, a farci affezionare a un personaggio non è la sua specialità, la sua anormalità. No. Quello che ci fa affezionare a un personaggio è il suo essere come noi: capace di amare e odiare al tempo stesso; ed è come anche buoni e spietati, astuti e stupidi, forti e deboli  a seconda del momento e dello stato d’animo.

Andiamo più a fondo…

Il film è diviso in capitoletti titolati, spezzoni autosufficienti che risultano essere degli squarci sulle vite di personaggi di un mondo, forse un po’ esagerato, ma che pare comunque vero, concreto.
Il senso di concretezza, emerge da come Quentin Tarantino introduce i vari personaggi, e le loro storie: li fa avvicinare pian piano, facendoli discorrere del più e del meno, li fa dibattere su questioni morali e filosofiche ma anche su discorsi tipici che si fanno tutti i giorni con gli amici. Li lascia liberi di essere umani, con le proprie convinzioni, arrabbiature, paure, bisogni; li lascia capaci di essere concentrati, spietati, buoni, innamorati, ingenui, astuti.
Tutti sono tutto, chi più, chi meno. Ed è questo che li rende vicini a noi, umani.



In particolare i protagonisti hanno modo di essere, a turno, sia vittime che carnefici: basti pensare a Vincent (interpretato da JohnTravolta) che inizialmente è freddo esecutore di piccoli criminali, poi gentile accompagnatore e spaventato salvatore della vita della moglie del boss, vita che d’altronde lui stesso ha messo indirettamente in pericolo a causa della droga che aveva comprato: ma poi Vincent diventa vittima indifesa del pugile. Ma non è finita.
Dopo morto ritorna in scena con un flashback al momento in cui era esecutore; forse per ricordarci che per quanto ci fossimo affezionati a lui in fondo era un criminale spietato, e che lui stesso, con le sue scelte, ha determinato la sua fine.



La possibilità di scegliere: altro elemento portante di questo film.
E forse proprio per questo rinforzare questo concetto seguono le scene sul colpo di fortuna che vede lui (Vincent) e il compagno illesi, dopo che si vedono scaricati addosso tutti i colpi di un revolver. E, per rendere ulteriormente esplicito questo fatto del libero arbitrio e dell’importanza di scegliere, il compagno vede il miracolo e decide di lasciare questo tipo di vita. Non è facile, e le difficoltà vengono anche dall’esterno. Infatti mentre sono tranquilli in un ristorante a mangiare si trovano in mezzo a una rapina, e alla scelta: quella facile (per loro, spietati e preparati gangster ) di eliminare i rapinatori, oppure di trovare una soluzione pacifica.
Quindi sì, la morale è che sono principalmente le nostre scelte consapevoli a renderci e a portarci a quello che siamo. Questo in opposizione a molti film in cui i personaggi agiscono perché non possono fare nient’altro e forzati dalla forza degli eventi. In pulp fiction direi che questo non avviene. Nessuno è veramente costretto a fare niente. Vengono proposte delle possibilità, e i vari personaggi le valutano e, abbastanza consapevoli, agiscono di conseguenza.



Insomma un film in cui lo stile di Tarantino di rappresentare e imprigionare su pellicola l’esistenza di un mondo che è in possibilità d’esistere e d'altronde l’impossibilità di coglierlo appieno: il raccontare non tanto una storia ben definita quanto rappresentare delle sensazioni, delle percezioni, di essa.

Shake Your Mind!