È solo la fine del mondo: storie di chi parte e di chi resta


Dopo il suo esordio a soli 19 anni, Xavier Dolan si è fatto strada nel mondo del cinema con grande maestria: acclamato dalla critica, considerato l’enfant prodige dell’ultimo decennio, nel 2016 ha stupito il pubblico portando la sua arte verso orizzonti inesplorati. 


 La sua ultima pellicola “È solo la fine del mondo” ha come protagonista Louis (Gaspard Ulliel), uno scrittore che, dopo 12 anni di assenza, decide di ritornare nella casa natale. Fuggito dalla vita mediocre e soffocante della periferia, è sparito completamente dalle vite di sua madre e dei suoi due fratelli, che non hanno più avuto sue notizie se non tramite i giornali.  

Il motivo per cui Louis decide di tornare è uno solo: annunciare la propria morte imminente. La vera malattia di cui il nostro protagonista soffre non verrà però mai svelata. Difatti, una volta messo piede nella casa della sua adolescenza, il film si snoda in un susseguirsi di dialoghi inconcludenti. Le sequenze, giocate sui primissimi piani e su un utilizzo della macchina da presa estremamente fuori dal comune, non fanno che amplificare il vuoto e la solitudine che aleggiano tra i personaggi.


Abbiamo la madre Martine (Nathalie Baye), che nella sua eccentricità e frivolezza sembra non curarsi affatto del senso di insofferenza provato dai figli. Dal lato opposto, sia Antoine (Vincent Cassel) che Suzanne (Léa Seydoux) portano all’eccesso ogni loro emozione. È un’aggressività che non trova sollievo quella che caratterizza i dialoghi dei cinque personaggi, che si ritrovano, nel corso della giornata, a ripercorrere vicende passate portando a galla rancori mai estinti. Dal nulla nascono discussioni che infrangono la già precaria armonia domestica: dalle parole più insignificanti si arriva a deliri di rabbia inconsolabili, che si consumano sul nascere, lasciandosi uno spettro di amarezza alle spalle.


Louis partecipa a tutto questo in un ruolo di passività impenetrabile, così come la moglie di Antoine, Catherine (Marion Cotillard), che, nella sua apparente marginalità, diventerà un personaggio chiave per la comprensione del nostro protagonista. Sarà infatti lei ad intuire il vero motivo per cui Louis è tornato a casa, qualcosa che probabilmente sfuggirà agli altri personaggi.

Louis non svela la causa della sua visita. Ci arriva estremamente vicino, ma alla fine non dice nulla. Per tutta la durata del film il suo personaggio si contraddistingue come il più taciturno, silenzioso del gruppo, schiacciato dalle personalità dei familiari che gli fanno da contorno, e allo stesso tempo causa scatenante di gran parte dei loro battibecchi. Perché è lui che li ha abbandonati: è lui che è fuggito da quella vita che forse andrebbe stretta a chiunque, lui ha abbandonato per sempre la puerile isteria che dilaga nei gesti di ogni membro della sua famiglia. Ciononostante, non riesce possibile allo spettatore guardare Louis come se fosse la vittima di questi dissidi familiari. Al contrario, il film sembra spesso suggerirci che è lui la vera causa del dolore dei personaggi


Partire per Louis non significò solo abbandonare senza ripensamenti i suoi familiari, ma lasciare anche qualcuno che lui amava: stiamo parlando di Pierre (Antoine Desrochers), personaggio che compare sporadicamente in brevi quanto intensi flash back, di cui Louis apprenderà con orrore la morte durante una discussione con Antoine. 

Come lo stesso Louis anticipa all’inizio del film: sono molte le ragioni per cui, nella vita, uno decide di andarsene; allo stesso tempo, esistono altrettante ragioni che, col tempo, obbligano a voltarsi e a ritornare sui propri passi. È questa la storia di Louis: la storia di chi parte e di chi resta, e la consapevolezza che a soffrire di più sono sempre quelli che restano. E forse è a questo che Louis pensa quando soffoca le lacrime dietro a una sigaretta in giardino, distante dagli altri, nel magone del ricordo degli sporadici momenti di gioia della sua infanzia e adolescenza, della sua vita di prima. E forse, allo stesso tempo, si sente responsabile di non essere riuscito a proteggere ciò che amava, ma anzi, di averlo lasciato morire in cambio di una libertà egoistica, vuota, che non sa di niente. 


È un vuoto incolmabile quello che ha lasciato tra le mura della casa in cui è cresciuto, un vuoto che ha lasciato negli altri, in quelli che sono rimasti, l’insopportabile sorpresa della sconfitta, come di un terreno che crolla sotto i piedi. Eppure, allo stesso tempo, ogni singolo personaggio se ne sente responsabile, come se avesse contribuito alla perdita di quello che era un figlio, nonché un fratello. Perché se si fosse trattato di una famiglia normale, e non disfunzionale su ogni livello, probabilmente Louis non se ne sarebbe andato. Probabilmente Louis non voleva una libertà qualsiasi: lui voleva la libertà dalla sua famiglia.

È l’incapacità di comunicare, che permea ogni dialogo e ogni sguardo, ciò che fece fuggire Louis e che fa tremare, nel profondo, ognuno dei personaggi. Il linguaggio fallisce miseramente il suo compito, eppure vi è una ricerca perpetua di altre parole per colmare la totale mancanza di comunicazione, la totale assenza di comprensione e ascolto da parte di ogni singolo personaggio plasmato da Xavier Dolan.


Vi è un grande affanno per esprimere ciò che sta dentro, in profondità, eppure nessuno raggiunge questo scopo, nessuno risolve questa lotta perpetua. Tutto ciò non porta da nessuna parte, i dialoghi non sono fatti che di parole vacue e tentennanti, che non arrivano mai dove vorrebbero arrivare: ossia, all’Altro.

Tutto si risolve nel silenzio dell’ultima discussione – un dialogo stremante, che vedrà allontanarsi a poco a poco ognuno dei personaggi dalla sala da pranzo, meno Louis. Un solo grido romperà quel silenzio: il cinguettio di un uccellino, che, poco dopo aver volato per ogni dove all’interno della sala da pranzo, cadrà a terra, morto, seguito dai titoli di coda.

E forse quell’uccellino non è altro che Louis, l’uomo che fuggì dal nido, che si perse per il mondo nella completa libertà, non rinunciando alla sua vena artistica per un futuro mediocre in una campagna soffocante. E Louis farà la stessa fine: se ne andrà senza annunciare la sua morte imminente. Non che ce ne sia bisogno. D’altronde, per la sua famiglia, lui è già morto da tempo.




Approfondimenti:
- “È solo la fine del mondo, un dramma familiare che conferma il genio di Xavier Dolan” di Gabriele Niola (https://www.wired.it/play/cinema/2016/12/12/e-solo-la-fine-del-mondo-recensione/)
- “È solo la fine del mondo: Xavier Dolan, analisi di un (ex) enfant prodige” di Mattia Bianchini (https://cinema.everyeye.it/articoli/speciale-xavier-dolan-solo-fine-del-mondo-31687.html)
- “It’s only the end of the world”, intervista a Xavier Dolan (https://www.youtube.com/watch?v=dM9psRAaHmE&t=1777s)
- “Juste la fin du monde”, recensione di Mauro Donzelli (https://www.youtube.com/watch?v=qjm9-GFsa4s)


Fonti immagini:
http://www.gramunion.com/smoking-cinema.tumblr.com
http://www.premiere.fr/Cinema/News-Cinema/Cesar-2017-la-gene-de-Xavier-Dolan-quand-il-recoit-le-Cesar-de-Gaspard-Ulliel
http://www.filmsquebec.com/critique-film-juste-la-fin-du-monde/