Ignoranza e burocrazia i mali di "Cafarnao: caos e miracoli"

Zain, 12 anni, forse. Bambino, forse. Adulto, forse. Di sicuro si atteggia da adulto.. o almeno sente sulle sue spalle molte responsabilità tipiche degli adulti.

Nato in una famiglia numerosa molto povera, è costretto a lavorare, a fare commissioni e a prendersi cura dei vari fratelli e sorelle. Gli piacerebbe andare a scuola, e lo chiede anche esplicitamente ai suoi, promettendo che continuerà a lavorare per aiutare la famiglia. I genitori non vedono però l’istruzione come una cosa importante. La madre al più è favorevole per la “roba” che danno agli scolari come aiuto, dei beni materiali.
Come dite? Vi sembra assurdo?

Be’, “Cafarnao – caos e miracoli” è un film che dà uno spaccato proprio sulle tristi assurdità che emergono da situazioni dovute a disagio e povertà.
Il giovane protagonista Zain, neanche dodicenne, si ritrova a dover da fare da “padre adottivo” a un bimbo ancora in fasce; non solo … e prova in tutti i modi di salvare la sorella dal diventare una sposa bambina di appena 11 anni.

Va anche detto che il film girato da Nadin Labuki vuole solo in parte accusare e scagliarsi contro chi procura sofferenza ai bambini (da notare che la regista compare come avvocato di Zain nella causa contro i genitori).
La regista vuole però soprattutto documentare, cercando di rivelare a tutto tondo i personaggi e le realtà presentate: per questo, forse, non c’è il male assoluto, e anche i personaggi negativi, non sono totalmente malvagi - anche se sicuramente sono profondamente ignoranti!!

E la prima vera accusata è proprio l’Ignoranza.
Infatti i protagonisti si scontrano con le conseguenze dovute a superficialità e ignoranza. Il male e i malvagi hanno le loro radici e si nutrono di ignoranza. Ignoranza intesa sia come il non conoscere sia come il voler ignorare certe cose. E le conseguenze di tale ignoranza i personaggi le pagano con sofferenze oppure anche con la vita stessa.

Di sicuro effetto una delle frasi iniziali pronunciate dal detenuto bambino, quando il giudice gli chiede se sa perché è lì, in tribunale:

“ Sì, son qui per fare causa ai miei genitori […] per avermi messo al mondo”
.

Genitori che non sanno neppure quando son nati esattamente i loro figli, che stentano a sfamarli e che per l’affitto e un paio di galline barattano una delle loro figlie.
Ma questo non li ferma da mettere al mondo un altro bambino ancora, aggiungendo così un’ulteriore bocca da sfamare quando non hanno di che sfamare se stessi o quelli già venuti al mondo, intrappolati in un ciclo senza fine di sofferenza e miseria e menefreghismo.

C’è poi un’altra accusata, sullo sfondo: la Burocrazia.
Gli aiuti alimentari sono solo per i rifugiati siriani (Zain dovrà fingersi siriano per avere un po’ di cibo per lui e soprattutto per il bimbo ancora in fasce); i clandestini (tra cui bambini, neo mamme e donne incinte) vengono arrestati e tenuti in prigioni affollate per tempi lunghi; per essere ricoverato in ospedale serve un documento di identità (e poco importa se il non ricovero ti costerà la vita).
Insomma, un interrogativo che emerge è: “Quanto si può essere umani e civili seguendo le regole che ci siamo dati per essere umani civili? Ci possono essere delle eccezioni a tali regole?”
Ma in questo caos e tra le mille sofferenze, ci sono anche dei momenti felici e dei gesti di aiuto senza secondi fini, quasi dei piccoli miracoli, a ricordarci, da un lato, che si può essere felici anche se poveri e, dall’altro, che nel mondo ci sono ancora delle persone buone, pronte ad aiutare incondizionatamente.

Il film mostra questi temi e solleva queste e altre domande, lasciando allo spettatore di guardare nella sua intimità e trovare una risposta, o una scintilla che lo porti a pensare e a fare qualcosa, nel proprio piccolo: anche solo prendere atto delle assurdità che capitano in un angolo di mondo, che non è poi così lontano da noi, soprattutto se pensiamo che i temi che emergono sono generali e ritrovabili in ogni grande città.

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