La fiaba fantascientifica di "Tito e gli Alieni"

"Tito e gli alieni"di Paola Randi è un film sul lutto; o meglio, sull’elaborazione del lutto incorniciato in una fiaba fantascientifica con alieni, robot e fantasmi.

Il protagonista è il professore, un uomo di mezza età  in cerca di segnali dallo spazio profondo, che passa il tempo immobile in ascolto; ma quell’immobilità è espressione anche della paralisi del vivere, perché - si capisce ben presto- la vita non gli appartiene più, smarrita insieme alla perdita della moglie, che è deceduta qualche anno prima. E allora le giornate trascorrono tutte ugualmente prive di significato e di stimoli nel deserto che circonda l’Area 51 - simbolo, nella percezione dei più, del mistero, degli alieni, del magico! E allora il deserto che la circonda diventa  anche immagine del vuoto interiore che avvolge il cuore e l’anima del protagonista. Vuoto che lo svuota – se mi concedete il gioco di parole – e che lo spinge verso il suo lasciarsi morire.


La svolta si ha con l’arrivo dei nipoti dall’Italia, in seguito alla morte di loro padre, il fratello del professore. Insomma la perdita e la distruzione di una famiglia dà l’avvio alla formazione di un nuovo nucleo familiare. Accomunati dal dolore e dallo smarrimento che segue alla perdita di persone care, e costretti dalla sorte a trovare un modo di ristabilire un equilibrio per vivere insieme, il professore e i ragazzi si reinventeranno e insieme volteranno pagina, ritrovando il modo di andare avanti e di tornare a vivere.

Simpatico il robottino del professore, e interessante che i dialoghi in americano siano lasciati in lingua originale e affiancati dai sottotitoli - anche se i sottotitoli in italiano li avrei messi pure ai dialoghi in napoletano (visto che siamo in Italia e non a Napoli.

"Tito e gli alieni" è infine un film ricco di belle immagini, che vuole stimolare la fantasia e raccontare come se fosse una fiaba.
 E come ogni fiaba ha una messaggio:
Bisogna salutare i cari persi e lasciarli andare. Non dimenticarli, ma neppure tenerli troppo stretti. Può sembrare scontato e noto, ma è tutto lì. Non dico che sia facile, ma è tutto lì: nel riuscire a dire addio, e guardare avanti, a chi c’è ancora, noi stessi inclusi, e andare avanti.
Perché l’immobilità, fisica, intellettuale o interiore è, in contrapposizione, sinonimo di morte.