La solitudine in "Dark Night" di Sutton

Come a fare a parlare di un film come “Dark Night” di Tim Sutton, che di parole ne dispensa con avarizia?

In Dark Night regna il silenzio. Il silenzio interiore, il vuoto delle vite a governare il susseguirsi delle scene. Momenti di vita di una giornata come tante altre, qualunque. Il lavoro, dialoghi banali, niente di straordinario che accade. Spesso il niente che accade accompagnato dall’attesa e la speranza di fare o di cambiare qualcosa, nella nostra vita.

E’ la solitudine a essere perennemente presente. Solitudine intesa come la mancanza di qualcuno che ti capisca e con cui parlare, con cui poter parlare. Perché si può anche essere in mezzo agli altri, ma avere delle persone vicine non vuol dire sentirsi in compagnia di queste. E Sutton fa in modo di ribadirlo più e più volte mostrando diverse situazioni. E allora anche l’essere perennemente connessi al web, alla rete, è solitudine, questa volta mascherata: è l’illusione dell’essere in contatto con gli altri, dell’essere accettati e apprezzati dagli altri; ma in realtà è semplicemente un altro modo di allontanarsi dal prossimo e di chiudersi in se stessi. Per questo forse non ci sono parole con la P maiuscola.
 
Dominano i suoni disorganizzati, il rumore: il rumore della città, della natura, delle azioni quotidiane come l’acqua che scorre nella doccia o il parlottio che scivola sulle persone… un parlare superficiale che non permette di esprimere le angosce, le preoccupazioni e il dolore che sta dentro di noi; e cresce; e preme. Preme contro gli organi, contro la pelle, contro il cervello. Fino a far esplodere qualcosa che causa un’azione sul mondo esterno. Una violenza contro un animale o contro se stessi. Oppure un atto di violenza verso il prossimo … Ed è con il suggerimento del compiersi di quest’ultimo che si chiude il film. Con il sorriso folle, di colui che lo compirà. Un sorriso che si contrappone alla tristezza e al vuoto che ha permeato le scene della vita dei personaggi mostrati nel resto del film.

Interessante, infine, mettere in confronto diretto il finale con l’inizio: il film si apre infatti mostrando le luci delle sirene e una ragazza, che indossa una maglietta con la bandiera americana, che piange. Facile vedere in quella ragazza, evidentemente sopravvissuta a una tragedia, l’America ferita, che piange, unita, le sue vittime. Ma dov’era quell’unità, quell’essere vicini al prossimo prima della tragedia? Dov’era, ad esempio, nella giornata che precede la tragedia?  Tutto il film ci mostra una gran verità dei nostri tempi: la solitudine quotidiana. E il peso dell’affrontare un giorno dopo l’altro che grava su molte persone.

Ma c’è una frase che trovo particolarmente potente:

“Sono sempre giornate qualunque.
Tutta la vita è una giornata qualunque”
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Questa è una delle (poche) frasi che si sentono in questo film silenzioso, che eppure urla a gran voce un duplice messaggio: da un lato ribadisce ulteriormente la noia, la solitudine e il peso delle giornate che permea tutto il film.
Ma dall’altro trovo che sproni a far sì che ogni giornata sia “qualunquemente” spettacolare, in modo che il seguire di una giornata spettacolare ad un’altra spettacolare, ci porti a vivere una vita spettacolare, costituita, appunto, da un susseguirsi di giornate spettacolari.