Vanilla Sky: i sogni diventano incubi nella pellicola di Cameron Crowe

"I miei sogni sono uno scherzo crudele, mi beffano. Anche nei miei sogni, sono un idiota che sa che sta per svegliarsi nella realtà. Se solo potessi evitare di dormire, ma non posso. Cerco di dirmi cosa sognare, cerco di sognare di volare, qualcosa di liberatorio. Non funziona mai." 

Remake della pellicola spagnola Apri gli occhi (1997, Alejandro Amenàbar), Vanilla Sky esce nel 2001 diretto dal regista Cameron Crowe. Protagonista di una vicenda che elude i confini tradizionali tra sogno, vita e morte, Tom Cruise è David Aames, giovane erede di una casa editrice appartenuta al padre. La sua vita procede tra feste, divertimento e ostentata ricchezza, nella totale assenza di responsabilità, fino al giorno dell’incidente che lo sfigurerà e lo porterà a prendere atto della realtà che lo circonda, della propria mortalità e del ruolo che lui è tenuto ad assumere. 


È Julie Gianni (Cameron Diaz), la compagna di scopate di cui David non si era mai curato al di fuori della camera da letto, a provocare l’incidente d’auto più o meno studiato, per vendetta nei confronti dell’improvviso interesse verso Sofia (Penélope Cruz), che già aveva aperto una breccia nel cuore del migliore amico di David, Brian, senza che David, anche in questo caso, se ne curasse. 

La storia d’amore tra Sofia e David non sarà che un’invenzione confortante dell’inconscio di quest'ultimo, intrappolato per sempre in un sogno lucido che si trasforma a poco a poco in un incubo. Piccolo inconveniente che la “Life Extension” aveva trascurato: se l’obiettivo di questa compagnia era infatti sostituire la morte cerebrale con un sogno illusorio dalle sembianze veritiere, qui ci troviamo di fronte a un paziente decisamente inadatto a esperimenti psichici di questo tipo. Quello che David vive è un passaggio da uno stato di ignoranza a uno stato di piena coscienza: sebbene per la maggior parte della vicenda lui non stia vivendo che un sogno, è attraverso il sogno che lui matura la consapevolezza di sé. Ed è così che, forse per la prima volta in vita sua, David apre veramente gli occhi.


Possiamo  riconoscere in Vanilla Sky un’allegoria delle responsabilità che il nostro protagonista è costretto, per la prima volta in vita sua, ad assumersi di fronte alle proprie azioni. E con responsabilità non ci riferiamo unicamente alle responsabilità nei confronti di Julie, ma alla più profonda responsabilità verso se stesso. E' verso se stesso, e non verso una donna che l'ha amato fino al punto di suicidarsi, che David commette un errore che non può perdonarsi: se infatti si fosse comportato diversamente, non ci sarebbe stato alcun incidente e lui avrebbe potuto avere un futuro con Sofia, forse anche migliore di come se lo immaginava.

Privatosi della possibilità di vivere il vero amore con Sofia, David non può che sognarla, sognarla all’infinito: ma il suo inconscio, nella lotta perpetua contro il suo stesso senso di colpa, non potrà avere la meglio per sempre. Ecco allora che inizierà la seconda parte del film: l’incubo di David Aames.


Col ritorno di Julie, di cui Sofia prende le sembianze, tornano anche le cicatrici sul volto di David. Sparite grazie a un miracoloso quanto inverosimile intervento chirurgico, e prima ancora nascoste dietro a una maschera, esse saranno simbolo della realtà del passato che spodesta il presente fittizio, nonché delle responsabilità che David non è ancora riuscito ad assumersi. Così come la stessa maschera da lui indossata, in realtà, non sarà che un feticcio utilizzato per nascondere le proprie colpe di fronte alla donna che ama, l’unica in grado di conoscere la sua vulnerabilità: appunto, Sofia. Proprio come la scatola del gatto di Schrödinger, la maschera di David nasconde un volto che noi non siamo sicuri se sia sfigurato o meno, e che finché rimane coperto, è e al contempo non è sfigurato. Questo fino al verdetto finale, quando David chiamerà il supporto tecnico per risvegliarsi dal sogno.


Il suo psicologo (Kurt Russell), figura che assume un ruolo paterno e autoritario che al David eterno bambino è sempre mancato, sosterrà il dialogo per tutto il corso del film, finché David non porterà alla luce il significato recondito delle sue visioni o, piuttosto, delle interferenze che il suo inconscio opererà sul sogno lucido. 

La paura dell’altezza, in cima al grattacielo su cui salirà in una delle ultime scene del film, non sarà più una mera fobia, ma l’allegoria di una vera e propria paura della realtà da cui David è affetto fin da sempre e di cui, plausibilmente, è affetto ogni essere umano. Nel caso di David, questa paura è in stretta connessione con la paura della morte, che incombe su di lui e sulle vite di Julie e Sofia sin dalle prime scene. Ci riferiamo a quel capello bianco che lui scaccia velocemente con una pinzetta, o all'intera città completamente deserta al suo risveglio: la solitudine tormenta David in modo più o meno individuabile, una solitudine che è conseguenza, più ancora della morte, di una vita non vissuta.


Pellicola che si apre a un numero indefinito di interpretazioni, e che lascia al tempo stesso un gran numero di interrogativi (come facciamo a essere sicuri, per esempio, che l'intero film non sia solo un sogno di David?), Vanilla Sky intrappola lo spettatore in una lotta contro le paure più intime, che sono quelle di David, ma anche quelle di Julie, di Sofia, e di tutti i personaggi che fanno loro da contorno. Non è un film sulla paura, ma un film sul modo in cui noi ci svincoliamo dalla paura nei nostri sogni, l'unico luogo in cui ci crediamo liberi

Un film che tratta delle congetture più o meno efficaci che mettiamo in atto per non affrontare la realtà e le responsabilità che essa ci impone di assumere. Quello che sceglie David è quello che dovremmo scegliere tutti: prendere finalmente di petto la vita, gettarci a capofitto in essa, senza rifugiarci in un sogno ad occhi aperti. Proprio quella che sembrerebbe un'illusione di salvezza potrebbe rivelarsi il peggiore degli incubi.



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