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Filosofia della paura

 

"Nel nome della paura si può accettare di esporsi a sempre
più sofisticate forme di controllo pur di sentirsi al sicuro. "
Ma al sicuro da cosa?

Il filosofo Lars Svendsen

Il filosofo norvegese Lars Svendsen fonda questo suo nuovo, polemico e intelligente pamphlet su una prospettiva liberale: è convinto che l'indesiderata e insensata cultura odierna della paura vada indebolendo la nostra libertà. È una convinzione che non possiamo non condividere analizzando la sua opera: filosofia della paura.

Crisi economica e terrorismo, influenze, criminalità, droga, pedofilia, hanno un elemento in comune: la paura che incutono. Spesso smisurata e contagiosa, questa paura è in grado di condizionare le nostre esistenze: spinge a minimizzare i rischi, a limitarsi, a non viaggiare, non uscire, non mangiare ciò di cui non si conosce l’origine, in breve, a non fidarsi e ad accettare sempre più sofisticate forme di controllo pur di sentirsi «al sicuro». Ma al sicuro da cosa? Le nostre vite sono talmente protette che possiamo permetterci di focalizzare l’attenzione su pericoli soltanto potenziali, che nella vita non si realizzeranno mai.

La paura è un sottoprodotto del benessere, e ha un potere tale che può, addirittura, «affascinare»: è questa la tesi sostenuta dall’autore nella sua battaglia contro quella che considera una delle principali limitazioni di liberà dell’uomo moderno. Attraverso documentati esempi, Svendsen sottolinea come il peso della paura dipenda soprattutto dal ruolo che noi le permettiamo di avere e prospetta la possibilità di un futuro più vivibile attraverso il semplice recupero di valori come speranza, ottimismo fattivo, fiducia nelle capacità dell’uomo di risolvere problemi, migliorare se stesso e la società in cui (vorrebbe) vivere.



L'opera è strutturata in sette capitoli.

Nel primo, “La cultura della paura”, Svendsen ricorda che la vita umana è sempre vulnerabile, e che quindi la paura è una reazione normale. Ciononostante, negli ultimi anni la ricorrenza di parole come “rischio” e “paura” è decisamente aumentata, nei media, con effetti fastidiosi. Cosa ha implicato tutto questo? Lo sviluppo dell'industria della “sicurezza”. Pericoli potenziali vengono mostrati come pericoli attuali. Qual è il paradosso? Tutte le statistiche indicano che soprattutto noi occidentali viviamo nelle società più sicure che siano mai esistite, dove i pericoli sono ridotti al minimo e le nostre possibilità di dominarli sono al massimo.

Nel secondo capitolo, “Cos'è la paura?”, Svendsen spiega che la paura non è nata senza ragioni: è un fenomeno evolutivo, serviva a garantire adeguate condizioni di sopravvivenza e di riproduzione. Tuttavia, nella nostra specie ha un potenziale diverso da quello delle altre specie animali: siamo un “animal symbolicum”. Un pericolo avvertito – per quanto lontano un continente intero – viene percepito come una minaccia diretta. La paura contiene sempre “una previsione, una proiezione del futuro, riguardante dolore, danneggiamento o morte”; e assieme, come insegnava Tommaso d'Aquino, “ogni paura deriva dal fatto che amiamo qualcosa”. Sostiene il filosofo norvegese che la paura stia diventando una sorta di visione del mondo, incentrata sulla consapevolezza della propria vulnerabilità. Questa visione del mondo potrebbe diventare un'abitudine. È un errore da combattere.

Nel terzo, “Paura e rischio”, Svendsen – meditando su “Rumore bianco” di Don DeLillo, spiega che “Un tratto di base della società del rischio è che nessuno è fuori pericolo, assolutamente tutti possono essere colpiti, a prescindere dal domicilio o dallo status sociale” . Caratteristica cardine di questa società, è che per dominare i rischi scegliamo mezzi peggiori del problema. 

Nel quarto capitolo, “L'attrattiva della paura”, il filosofo prende in esame cosa spinga gli esseri umani a cercare nei libri, nei film o nei videogiochi proprio quel che li spaventa nella vita reale. “La spiegazione è semplice: queste esperienze in un modo o nell'altro ci danno un sentimento positivo e soddisfano un bisogno emotivo”. Seguono dissertazioni non particolarmente rilevanti sull'estetica del brutto o del male, complete di riferimenti letterari decisamente scolastici.

Nel quinto, “Paura e fiducia”, Svendsen si ritiene convinto che in una cultura della paura in cui “la fiducia sembra diminuire molto, essa ha bisogno di una motivazione e di una giustificazion. La ragione di ciò è che una persona a cui si mostra fiducia formalmente farà del suo meglio per mostrarsene meritevole”. Secondo il filosofo, la paura e la sfiducia sono autoconservative: la paura è capace di disgregare la fiducia, spezzando i legami di solidarietà sociale e incrinando l'amore per l'alterità e per le diversità, in generale. Serve, quindi, avere un approccio di “fiducia ragionata”.

Nel sesto capitolo, “La politica della paura”, Svendsen spiega che la lotta alle cause della paura produce, necessariamente, nuova paura. Questo sesto blocco è quello sicuramente più politico e attuale.

Nel settimo e ultimo capitolo, “Oltre la paura”, il filosofo norvegese sintetizza il senso del suo volume: “Dovremmo essere coscienti del fatto che la nostra paura non è un riflesso oggettivo della realtà e che ci sono grossi interessi a governarla. La paura è uno dei fattori di potere più importanti che esistono, e chi può governarla in una società terrà quella società in pugno”.

Qual è allora l'antidoto contro la paura
Fiducia nelle capacità dell'uomo.


Fonti di testo:
- Beatrice Cullina (a cura di), Lars Svendsen, Hachette editore, Milano 2015 

Fonti di immagini:
1) https://it.wikipedia.org
2) www.taccuinistorici.it