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Il coraggio secondo il filosofo Diego Fusaro


Diego Fusaro è un giovane e discusso filosofo, nonché intellettuale di riferimento di una scalpitante parte di persone che vuole e sente il dovere di criticare il più fortemente possibile il contesto culturale, economico e sociale contemporaneo. Fusaro, attraverso i propri libri, le proprie lezioni all’Università San Raffaele di Milano, i propri articoli, dà voce a queste spinte coniugando temi marxisti e di critica verso la società della tecnica, l’americanismo, la globalizzazione. Il tema del dibattito di oggi è quello del coraggio, cui Fusaro ha anche dedicato un suo libro intitolato appunto Coraggio, edito da Raffaello Cortina nel 2012.

Diego Fusaro, Coraggio, edito da Raffaello Cortina nel 2012

Il coraggio di cui Fusaro parla oggi, oltre che in diversi luoghi dei suoi scritti, è il coraggio della filosofia intesa appunto come critica del potere, del sistema dominante, della violenza in tutte le sue forme. Come sfondo a questo tipo di proposte e di impostazione sta una personalità e un percorso filosofico particolare, che vale la pena approfondire.  

Per Diego Fusaro fare filosofia significa interrogarsi sul tempo in cui si sta vivendo cercando di coglierlo nei concetti e di porlo in relazione all’eterno, a ciò che è vero sempre. Questo secondo lui, dovrebbe fare il filosofo.

Personale e soggettivo per sua natura, virtù virile che trova nel campo di battaglia la propria “scena originaria”, il coraggio è il luogo in cui trova il suo posto la libertà di chi sceglie di agire malgrado tutte le avversità e i rischi che indurrebbero a scelte differenti o, semplicemente, a optare per quell’inerzia che, alleata della viltà, rappresenta uno degli opposti della fortezza. Il “coraggio della verità”, come lo chiamava Foucault, è anche l’essenza dell’impresa filosofica e dell’audacia del “dire di no” della critica: essere contro significa, infatti, avere il coraggio dell’indocilità ragionata, in primo luogo della propria dissonanza rispetto all’esistente, ma poi anche della volontà di delineare diversamente la morfologia del reale in opposizione alle logiche conservative del potere e al “senso comune” che accetta il mondo non perché sia buono o giusto in sé, ma perché, per inerzia, ritiene che non possa essere altro da quello che è.

Il filosofo Diego Fusaro

Il libro di Fusaro si propone innanzitutto una ricostruzione della traiettoria percorsa dal concetto di coraggio nella storia della filosofia occidentale. Ma, dall’esame condotto da Fusaro, non può che emergere innanzitutto la natura del tutto «paradossale» di questa virtù: una natura che, in effetti, la rende difficilmente circoscrivibile all’interno di una ben determinata fenomenologia, e che inoltre risulta abissalmente distante dalle altre grandi virtù celebrate dell’Occidente (se non addirittura antitetica rispetto ad esse).

Già il militare Lachete, interrogato da Socrate, confessa di non saper dire cosa sia il coraggio, benché sia avvezzo a darne prova sui campi di battaglia. Ma non è evidentemente solo Lachete a scontarsi con questa difficoltà, tanto che Fusaro nel suo libro afferma che: «il coraggio è la virtù che più resiste all’intellettualismo e che più sfugge alla sua presa, lasciandosi definire in modo sempre approssimativo e mai esauriente».

A rendere così complicato individuare il cuore del coraggio è d’altronde il fatto che vengono anche abitualmente definite come «gesti coraggiosi» le azioni più differenti. Pur dinanzi a un simile groviglio concettuale, Fusaro, raccogliendo le indicazioni di Vladimir Jankélévitch, avanza però una proposta definitoria per cui il coraggio è «la spontaneità inaugurale di una dinamica dell’agire appassionato e disinteressato, teso verso un fine assiologicamente connotato in termini positivi e tale da giustificare un’eroica sopportazione di ostacoli, pericoli e rischi, fino al grado estremo della morte».


In questo senso, il coraggio è dunque vissuto sempre al presente, e non tollera differimenti se non al prezzo di svanire nella giustificazione dell’inazione o della soggezione al comando. Ma rimane comunque proiettato verso il futuro: «Virtù dell’hic et nunc, il coraggio è sempre al presente, anche se opera immancabilmente in vista del futuro verso cui l’azione coraggiosa è diretta. Più precisamente, essere coraggiosi non significa forse sacrificare l’istante presente in vista di quello futuro, identificando nel primo la condizione indispensabile per l’attuazione del secondo?»

Dal momento che richiede, per manifestarsi, un rischio (non solo potenziale), è anche una passione che presuppone il pericolo e che, in una certa misura, si alimenta della paura pur senza rimanerne schiacciata. In questo senso, scrive Fusaro, «non può sfuggire come la paura costituisca la condicio sine qua non del coraggio, che sorge e si manifesta sempre e solo al cospetto del timore, nel tentativo di disciplinarlo, di vincerlo, o anche solo di arginarlo temporalmente» . E, dunque, il coraggio è «affermazione e, insieme, negazione della paura», o, ancora, «paura riconosciuta e superata, con la conseguenza che le azioni coraggiose sono compiute non in assenza del timore, ma malgrado la sua presenza, sulla quale prevale la libera scelta del perseguimento del fine prefissato»


Con questo libro, il filosofo Fusaro, consiglia di vivere osando... di essere consapevoli delle proprie paure e dei propri limiti senza farsi schiacciare da essi, ma affrontandoli con perseveranza e determinazione arrivando con coraggio alla realizzazione dei propri obiettivi. La paura deve essere uno stimolo non un limite, il coraggio non dev'essere considerato come una follia ma come un fedele alleato e compagno di vita.

Fonti di testo:
- http://www.damianopalano.com/2014/01/la-filosofia-del-coraggio-e-il-coraggio.html

Fonti di immagini:
1 - La chiave di Sophia
2 - Dolcevitamagazine
3 - Dolcevitamagazine