L'odissea di Eric Packer

“Sarebbe morto, ma non sarebbe finito. Il mondo sarebbe finito.”

Affrontiamo oggi uno dei capisaldi della letteratura nordamericana contemporanea, un testo che ripropone in chiave futuristica e distopica uno degli archetipi fondamentali della storia dell’Occidente: il viaggio, più o meno solitario, dell’eroe. Rifacendosi, più o meno indirettamente, alla rivisitazione dell’Odissea omerica che Joyce presenta nell’Ulisse, Delillo inizia una narrazione strepitosa che si addentra nella metafisica impresa di Eric Packer, più un anti-eroe che un eroe, un naufrago solitario nel grande mare della smaterializzazione.
Al Salone del Libro che si è tenuto a Torino quest’anno abbiamo potuto assistere a numerose conferenze di carattere letterario e culturale: una di queste riguardava proprio Cosmopolis di Don Delillo. Lo scrittore Giuseppe Genna ha portato la sua frizzante parlantina nella Sala Filadelfia per una lettura di alcuni passi di questo romanzo controverso ed ermetico. Riportiamo in questo articolo le riflessioni scaturite dalla mente dello scrittore, grande amante di Delillo e, nello specifico, di Cosmopolis.

Il topo diventò l’unità monetaria.

Con questa citazione di Herbert si apre il romanzo. Da questa semplice frase, di difficile comprensione a un primo impatto, possiamo però trarre il senso ultimo dell’intera storia: oppure, uno dei tanti suoi sensi. In questo mondo che ci viene presentato, un mondo ai limiti della realtà, l’unità di misura del denaro è un essere vivente: un topo, per la precisione, ossia un essere circondato un immaginario tutt’altro che pacifico, come Genna fa notare. Ciò significa che il denaro, in questo mondo, non è più denaro: siamo nell’era del post-denaro, del post-umano: del post-tutto.
Questa semplice epigrafe iniziale è capace di spalancarsi gli occhi su quello che viviamo: profeticamente Delillo ce lo presenta con una citazione, proprio come ha fatto a suo tempo T. S. Eliot utilizzando come incipit della Terra Desolata, la sua opera più importante (uscita nello stesso anno dell’Ulisse di Joyce), una frase del Satyricon di Petronio (I sec. d.C.): 

Del resto la Sibilla, a Cuma, l’ho vista anch’io, con questi miei occhi, dondolarsi rinchiusa, dentro un’ampolla, e quando i fanciulli le chiedevano ‘Sibilla, cosa vuoi?’, quella rispondeva: ‘Voglio morire’.

L’epigrafe è, in Eliot come in Delillo, funzionale all’opera, nonché dotata di una forte valenza profetica. Quest’aura profetica che ritroviamo in Delillo e che sorge dalla classicità che Eliot riporta in vita è proprio quella che si concretizza nel personaggio di Tiresia, privato dagli dei della vista, eppure ripagato con una dote profetica che sarà, invero, una salvezza e una condanna. La storia stessa viene ambientata in aprile che, come ben sanno coloro che avranno letto La Terra Desolata, è “il più crudele dei mesi: generò lillà da terra morta, mischiò memoria e desiderio, eccitò spente radici con pioggia di primavera […]

Ci troviamo di fronte a un romanzo, Cosmopolis, che accosta, portando con sé la tradizione novecentesca, la scienza e la poesia. Oggi, come nel romanzo di Delillo, siamo immersi nella cultura della smaterializzazione, che associa ad ogni pensiero un’ombra di ansia. Ogni azione, come quelle del protagonista, diviene sintetica, ossessionata: ogni azione è, dice Genna, una sintesi, innaturale e artificiale..

Il nostro Eric Packer è l’Ulisse di una contemporaneità impazzita, ogni sua azione sottende al fatto che in realtà lui è un fantasmaCosmopolis è la serie di peripezie immote di un fantasma d’uomo. L’intero romanzo si articola intorno all’industria culturale che noi continuiamo a consumare: un regime fantasmatico in cui il topo è la misura del denaro: il viaggio di un Ulisse che ha come desiderio e meta l’andarsi a tagliare i capelli dall’altra parte della città. Ed è appunto grazie a questo richiamo alla classicità omerica, che in James Joyce chiameremmo metodo mitico, che riusciamo a confrontarci con la modernità per quello che è. 

Romanzi come Cosmopolis sono pertanto un richiamo alle radici più intime della nostra umanità, a tratti tradita da noi stessi, più o meno inconsapevolmente. Non ci resta che riconoscerci in essa, o tacere di fronte allo scenario moderno parcellizzato che a poco a poco si disfa, nella più totale frammentarietà. E' qualcosa di negativo? O sarà questo il trampolino di lancio per un futuro completamente diverso dal nostro passato mitico?

“Sentiva la strada intorno a sé, incessante, persone che passavano una accanto all’altra in momenti codificati di gestualità e danza. Cercavano di camminare senza cedere il passo, perché cedere il passo è segno di cortesia e debolezza, ma a volte erano costretti a farsi da parte e persino a fermarsi, e quasi sempre distoglievano lo sguardo. Lo scambio gli sguardi era una faccenda delicata. Un’occhiata reciproca di una frazione di secondo costituiva una violazione degli accordi che rendevano operativa la città. Chi si fa da parte per chi, chi guarda o non guarda chi, quando ritenersi offesi se si viene sfiorati o toccati? Nessuno voleva essere toccato. C’era un patto di intoccabilità. Anche lì, nell’accozzaglia di vecchie culture, tangibili e strettamente intrecciate, con quel miscuglio di passanti, e guardie del corpo, e curiosi incollati alle vetrine, e idioti a zonzo, le persone non si toccavano.”


Fonti immagini:
http://www.sulromanzo.it/blog/fine-impero-di-giuseppe-genna
https://www.imdb.com/name/nm0253672/
http://jones-aucunachatrequis.blogspot.it/2017/11/don-dellilo.html
http://perival.com/delillo/cosmopolis_media.html