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Il momento in cui scopriamo chi vogliamo essere

{Articolo di Alice Bertolini per Redazione Post Spritzum}


Il momento più poetico della nostra vita. C’è chi dice che sappiamo cosa vogliamo solo quando ce lo ritroviamo davanti. James Joyce, autore di Gente di Dublino, la definirebbe epifania.
Un’epifania è semplicemente un momento cruciale della nostra vita, che indora e fa risplendere tutto quello che ci ha portato fin lì.
Per spiegarci meglio potremmo prendere le sue stesse parole: Joyce definisce l’epifania come quel momento in cui “l’anima dell’oggetto più comune ci appare radiosa” – le cose più insignificanti ci appaiono estremamente ricche di significato. Sembra di essere trasportati da un’estasi che ci fa amare tutto, e desiderare tutto, e ci fa venir voglia di provare qualsiasi cosa. E chiunque di noi, almeno una volta nella vita, l’ha provato.


È solo allora che cominciamo a vivere. O come direbbe un’altra grande poetessa del ‘900, Sylvia Plath, è allora che impariamo a vivere.
E allora impara a vivere. Tagliati una bella porzione di torta con le posate d’argento. Impara come fanno le foglie a crescere sugli alberi. Apri gli occhi. Impara come fa la luna a tramontare nel gelo della notte prima di Natale. Apri le narici. Annusa la neve. Lascia che la vita accada. (Sylvia Plath, “Diari”)
Ed è questo che molti autori spronano noi lettori a fare. Lasciare che la vita accada è però molto più difficile di quanto sembra. Perché noi crediamo sempre di sapere al 100% ciò di cui abbiamo bisogno – e ciò che vogliamo. Ogni nostra scelta è profondamente ponderata perché abbiamo una grande paura di fallire.


Moriva dal desiderio di salire in cielo attraverso il tetto e di volare verso un altro paese dove non avrebbe più sentito parlare dei suoi guai, eppure una forza lo spingeva dabbasso scalino per scalino. (James Joyce, “Gente di Dublino”)
E quante volte è successo a ognuno di noi di provare questa sensazione – ma le occasioni perse che abbiamo collezionato possono essere la bussola che ci permetterà di orientarci nel mare tanto vasto della vita. E arriverà un momento in cui sapremo che la strada che abbiamo intrapreso è quella giusta.
Cercare adagio, umilmente, costantemente di esprimere, di tornare a spremere dalla terra bruta o da ciò ch'essa genera, dai suoni, dalle forme e dai colori, che sono le porte della prigione della nostra anima, un'immagine di quella bellezza che siamo giunti a comprendere: questo è l’arte. (James Joyce, “Dedalus”)
O, potremmo dire noi: l’arte di vivere. Un’arte estremamente controversa che nessuno probabilmente è riuscito mai ad affinare, nemmeno in cent’anni di vita. Imperfetta, come ogni espressione artistica, e altrettanto unica e irripetibile. In poche parole: autentica.


Era una di quelle giornate in cui tra un minuto nevica. E c'è elettricità nell'aria. Puoi quasi sentirla... mi segui? E questa busta era lì; danzava, con me. Come una bambina che mi supplicasse di giocare. Per quindici minuti. È stato il giorno in cui ho capito che c'era tutta un'intera vita, dietro a ogni cosa. E un'incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c'era motivo di avere paura. Mai. Vederla sul video è povera cosa, lo so; ma mi aiuta a ricordare. Ho bisogno di ricordare. A volte c'è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla... (“American Beauty”, 1999) 
Quella di Ricky, personaggio di American Beauty, si può definire in tutto e per tutto un’epifania. Una meravigliosa rivelazione di un momento di vita estremamente casuale e contingente, e apparentemente insignificante. Un momento di ordinaria quotidianità in cui il mondo sembra spalancarsi ai suoi occhi.
Il mondo, con la sua vastità multiforme di accidenti e contraddizioni a cui trovare un senso sembra quasi impossibile. Perché forse non va cercato. Forse, in un giorno qualsiasi, in un momento insignificante, quello si mostrerà a noi.



Fonti immagini:
http://moviesandphilosophynow.blogspot.dk
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