L'arte di amare

Sarà capitato più volte, a chi di voi bazzica tra mercatini di libri usati, di trovare questo libro. Per qualche ragione oscura, l'Arte di amare di Ovidio è uno di quei sempreverdi, quei must letterari che, un po’ come altri classici, compaiono nella libreria di qualsiasi appassionato di antichità.
Non bisogna essere appassionati di antichità, tuttavia, per apprezzare le opere di questo poeta. Persino chi di noi non si interessa alla letteratura ne avrà sentito parlare. Ovidio è infatti lo stesso autore delle Metamorfosi, da cui trassero ispirazione, nel corso della storia, innumerevoli scrittori e artisti – basti pensare all’Apollo e Dafne di Bernini o ai più recenti Kafka, García Márquez e Italo Calvino.
Seppur non abbia avuto la stessa fioritura letteraria, l'Arte di amare di Ovidio rappresenta un manifesto universale di quell’arte senza tempo che è il corteggiamento.


Il nostro poeta è una guida per chiunque voglia apprendere le basi di una delle più raffinate pratiche sociali di tutti i tempi: se ancora oggi Ovidio viene letto, dopo più di 2000 anni, è perché riuscì a condensare in un’opera le basi di un comportamento sociale che non si è mai estinto fino ad oggi.
In tre libri ci viene presentata quella che è a tutti gli effetti una caccia alla preda: gli amanti non sono che cacciatori e prede in un eterno gioco di seduzione e inganno. Non c’è fedeltà alla morale né all’etica nelle parole di Ovidio: il suo è un aperto rifiuto a qualsiasi forma di austerità e sobrietà che potrebbe in qualche modo incatenare la natura prettamente animalesca e selvaggia dell’animo umano.


Si può dire, anzi, che l’amore dell’Ars Amatoria (letteralmente, l'"arte di amare") non è che una negazione dell’amore romantico, una sua mera simulazione che provvede unicamente a soddisfare un capriccio narcisista. Tuttavia, tutto questo è presentato in una chiave talmente elegante ed ironica da far sorridere il lettore.
Perché le abitudini che Ovidio mette in luce sono intimamente umane, veritiere, anche se frivole e superficiali. Ci riconosciamo nei suoi ammonimenti perché noi stessi non vogliamo scottarci con le fiamme tanto invitanti delle relazioni amorose. La regola più importante per Ovidio è infatti questa: ingannare e fingere, e non diventare schiavi del sentimento, ma rendere la nostra preda schiava di ciò che prova per noi.

« Quanto più amore mi trafisse, quanto più crudelmente m'arse, su di lui tanto più grande prenderò vendetta »


E allora l'Arte di amare non è che l’arte di fuggire dall’amore, l’arte di farne a meno, di resistere. L’arte di essere cacciatori, e non prede.
Ciò che viene messo in rilievo non è infatti la qualità di questo sentimento, quanto più la sua funzione all’interno della società: il corteggiamento altro non è che un puro rito sociale, al termine del quale chi si arrende è sconfitto.  
Tutto questo, solo e unicamente se pensiamo che arrendersi all'amore sia una sconfitta. Lo è?

Fonti immagini: 
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