L'editoria italiana è in crisi?

Se il Salone del Libro della passata edizione ci aveva sorpreso registrando il maggior numero di ingressi mai visti, non ci è difficile immaginare un traguardo del genere anche per quest’anno. La 32esima edizione si è infatti aperta col botto, nonostante le tensioni legate alla presenza della casa editrice Altaforte che, prima di venire esclusa dal Salone, rischiava di allontanare numerosi ospiti.

Come ogni anno, il successo di iniziative come questa riempiono di orgoglio librai ed editori provenienti da tutta Italia. Ma rimane sempre in sottofondo quell'incognita, quella domanda opprimente: perché eventi letterari come questo hanno tanto successo, se in Italia i lettori sono così pochi?

Non è infatti un mistero che in Italia a leggere siano prevalentemente i professionisti del settore: gli italiani preferiscono altri tipi di passatempi, soprattutto in un’epoca come questa, in cui al libro si accostano numerose dimensioni alternative come la musica, il cinema, le serie tv (basti pensare al successo di Netflix).


Come ci dimostrano le statistiche dell’Associazione Italiana Editori (AIE), in Italia ci sono pochi lettori. E questa mancanza, apparentemente svincolata da questioni sociali, economiche o politiche, si riflette invece in numerosi altri campi che caratterizzano la posizione del nostro paese a livello globale. I paesi in cui si legge di più, secondo l’ISTAT, sono proprio quei paesi più in crescita.

Come venire a patti con lo stato dell’arte? Durante la conferenza a cui l’AIE ha preso parte nella giornata del 9 maggio al Salone del Libro, insieme ai principali rappresentati del SIL (Sindacato Italiano Librai), dell’ALI (Associazione Librai Italiani) e dell’ADEI (Associazione Degli Editori Indipendenti), la causa principale va ricercata negli scarsi investimenti che in Italia vengono indirizzati alla sfera letteraria. 
Per esempio, pochissimo viene investito per promuovere le traduzioni italiane all’estero: i libri italiani all’estero non vengono venduti, a differenza di libri di altri paesi come l’Argentina, che invece investe moltissimo nella promozione e nella traduzione della propria letteratura.

Viene fatto pochissimo per promuovere la letteratura: non solo all’estero, ma proprio in Italia. Poco viene investito verso quelle iniziative che mirano a coinvolgere i più piccoli. Molti progetti hanno preso vita negli ultimi anni per portare la letteratura tra i banchi di scuola, ma difficilmente hanno raggiunto il loro obiettivo proprio per le scarse risorse economiche di cui usufruiscono.


C’è anche un altro fattore da non escludere: la tecnologia. L’epoca in cui viviamo ha preso il sopravvento sui tradizionali canali di comunicazione su cui la stessa editoria ha sempre fatto affidamento: il caso Amazon è un altro perno su cui il dibattito sull’editoria non può fare a meno di concentrarsi. Durante l’incontro tenutosi al Salone del Libro il 9 maggio con le libraie americane Kelly Justice (Richmond), Cristina Rodriguez (Dallas), Emilie Somer (Washington) e Anna Thorn, è emerso un altro tema cruciale che non riguarda solo l’Italia, o solo l’America, ma l’editoria a livello globale.
 
Con l’avvento di Amazon, le librerie, i principali luoghi dove prima dell’e-commerce i libri erano reperibili, sono finite nel dimenticatoio. Negli Stati Uniti una crisi ha coinvolto le librerie indipendenti, facendole diminuire drasticamente. Oggi la situazione è migliorata, e i librari restano fiduciosi nel fatto che, comunque vada, i clienti non riusciranno mai a trovare in Amazon quell’elemento comunitario che possiedono le librerie, e l’empatia che si trova in una persona in carne ed ossa, il librario, capace di dispensare consigli molto più personali.

Rimane però evidente che il fenomeno Amazon ha ormai preso piede e coinvolto anche i più scettici: ma questo non è qualcosa che vada a minare l’editoria, anzi. Una piattaforma come Amazon non può che promuovere la diffusione di libri e stimolare alla lettura anche coloro che non si sono mai recati in libreria, o non si sono mai avvicinati più di tanto all’universo letterario.


Queste riflessioni ci possono portare a molte conclusioni diverse: è chiaro che il Salone sta avendo tanto successo, quest’anno come gli altri. Un continuo flusso di persone invade i tre padiglioni e l’Oval, dalle dieci del mattino fino alle otto di sera in questi cinque giorni incredibilmente intensi e frenetici. La passione che si cela dietro agli stand più disparati non si limita ai librai, agli editori: è contagiosa, disarmante. Rimane impossibile, per chiunque, entrare al Salone e non innamorarsi di questo universo. 

Che sia questo il vero segreto per rilanciare la lettura in Italia? Organizzare eventi in cui gli italiani si sentano parte di qualcosa, si sentano ascoltati, e prestino ascolto a loro volta. Eventi culturali a cui si partecipi per il puro piacere di distrarsi dietro a una mole di libri, immersi nel caotico movimento di centinaia di persone, eppure improvvisamente incapaci di sentire altro oltre le parole stampate nero su bianco di centinaia di autori diversi. Perché ci sarà sempre un libro, in mezzo a tutti questi stand, capace di parlarci e di dirci qualcosa in più su noi stessi. E finché questo sarà possibile, l'editoria italiana continuerà ad esistere.