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La Madeleine, il cibo dei ricordi

Il cibo, da sempre, è la consolazione ad ogni male. Nei momenti di sconforto, stanchezza o tristezza generale ciascuno di noi è ben lieto di togliersi qualche “sfizio culinario” per compiacere l’animo e il palato. La soddisfazione è ancor più appagante se il premio consolatorio consiste in un bel dolce soffice e profumato, preferibilmente fatto in casa dalle mani esperte di mamme e nonne che con il loro amore trasferiscono un gusto in più ai manicaretti che preparano.

Questo ingrediente segreto crea una sorta di “incantesimo” tra il gusto di ciò che mangiamo e il momento della vita ad esso legato. Quante volte capita di aver voglia di “ una fetta di torta al cioccolato, quella con il cuore morbido proprio come la faceva la mamma?”. Non si ha desiderio di un dolce in generale, ma si ha la necessità di mangiare quella specifica pietanza quasi a voler riassaporare in tutte le sue sfumature un ricordo del passato. Altre volte capita invece che al solo profumo o morso si riaccenda in noi l’immediata reminescenza di un cibo familiare.

A tal proposito non si può trovare esempio migliore della madeleine di Proust, ne La Ricerca del Tempo Perduto.

Il dolcetto burroso, famoso in tutto il mondo grazie all’autore, incarna nella sua soffice forma a conchiglia tutta la potenza della memoria involontaria.

L’ambientazione è semplice. Il nostro protagonista , tornato a casa dopo una fredda giornata d’inverno,decide di ascoltare i consigli della madre e concedersi una tazza di tè con una piccola madeleine per riscaldarsi. Quel semplice gesto automatico si rivela però ben più complesso della sua natura. Non appena il gusto del dolcetto avvolge il palato del protagonista, egli si ritrova immerso in uno stato “confusionale”, catapultato in uno spazio-tempo a lui famigliare, ma del quale non riesce a tracciarne i confini. 

«Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati maddalene, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicessitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta ? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della maddalena. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva ? Che senso aveva ? Dove fermarla ?»

L’estasi provata al primo contatto va man mano svanendo. Sa di conoscere molto bene quel profumo e quel sapore e si sforza di ricordarne i dettagli. Più si concentra per trovare una spiegazione e più si allontana dalla risposta. Solo alla fine capisce che la verità non la può trovare al di fuori, ma è nascosta dentro di lui e il suo spirito è l’unico in grado di togliere ogni dubbio.

«Bevo una seconda sorsata, non ci trovo più nulla della prima, una terza che mi porta ancor meno della seconda. E tempo di smettere, la virtù della bevanda sembra diminuire. E’ chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. E’ stata lei a risvegliarla, ma non la conosce, e non può far altro che ripetere indefinitivamente, con la forza sempre crescente, quella medesima testimonianza che non so interpretare e che vorrei almeno essere in grado di richiederle e ritrovare intatta, a mia disposizione ( e proprio ora ), per uno schiarimento decisivo. Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità…retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè.»

Finalmente il protagonista riesce a focalizzarsi su quella strana sensazione. Il morso alla madeleine lo aveva trasportato nel passato, esattamente nel periodo della sua fanciullezza a Combray dove ogni domenica assaporava i dolci che la zia gli porgeva. Il legame tra il gusto e il ricordo è così forte che il semplice riassaggiarne il sapore ha risvegliato in lui l’intera memoria collegata a quel periodo della vita, apparentemente celata e chiusa nel dimenticatoio.

«Il gusto era quello del pezzetto di maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio….»

Se la madeleine è il cibo della memoria, i libri sono il cibo della mente.



Fonti foto:
1) mondadori.it
2) pinterest.com