La scopa del sistema: analisi

Per chi non ha mai letto nulla di Wallace (Ithaca, 1962 - Claremont, 2008), questo è sicuramente il romanzo perfetto da cui partire. Scritto a 24 anni, con 500 pagine di puro delirio, La scopa del sistema si aggiudica un grande successo sin dalla sua prima edizione, e pone Wallace accanto a Pynchon, DeLillo, Palahniuk e, addirittura, Emile Zola. Suicidatosi a 46 anni, David Foster ha lasciato alle sue spalle una quantità infinita di scritti che, per alcuni, non rese mai completamente giustizia al suo genio.
Al di là delle opinioni personali che si possono o meno condividere su questo romanzo, vogliamo capire perché, in un’epoca in cui il culto della lettura si sta ormai estinguendo, La scopa del sistema ha avuto tanto successo.


La prosa fluviale dell’autore snoda le vite completamente fuori dall’ordinario di questi personaggi estremamente verosimili accomunati dalla medesima incapacità di stare al mondo, le più svariate idiosincrasie e i più assurdi meccanismi di difesa.
Lenore Beadsman non si è mai ripresa dall’evento traumatico che ha inaugurato la sua incapacità di venire a patti con la mancanza totale di controllo sulla propria vita, che solo il ritorno di Wang Dang Lang potrà sanare.
Questo è evidente nel tira e molla con Rick Vigorous, innamorato di lei di un amore estremamente ossessivo che altro non è che una compensazione della sua scarsa virilità, o un richiamo al rapporto simbiotico con la madre. Rick vuole Lenore così tanto, forse proprio perché Lenore non si concede a lui completamente, nonostante lui lo faccia; lei, d'altro canto, non si decide ad ammettere di non amarlo, perché fondamentalmente non sa stare da sola. Per essere più accurati, Lenore ha questa inarrestabile mania di controllo, che viene sfogata nel rapporto malato con un Rick facilissimo da controllare.


Che Wallace stia dalla parte di Lenore ce lo dimostra la sua completa devozione a questo personaggio, reso autentico dalle innumerevoli imperfezioni che sagomano il suo carattere. Questa ragazza figlia di papà crede di ribellarsi a una struttura familiare o forse allo stesso sistema di cui lei fa parte sottraendosi alle aspettative degli altri, prendendo in mano la propria vita ma, di fatto, gettandola nel cesso, se possiamo usare un francesismo.
Tuttavia, noi non riusciamo a non amare Lenore, proprio come Wallace, proprio come Rick e Lang. Amare lei o, forse, amare quel lato di noi che lei richiama tanto ferocemente. Il senso di inutilità che ci ha colpito almeno una volta nella vita e i meccanismi da noi messi in atto per nascondere questa sensazione come la polvere sotto il tappeto, sono qui rievocati con una grazia e una disperazione che hanno del surreale. Caratteristiche che, paradossalmente, ritroviamo tali e quali nella sua bisnonna Lenore, fuggita dalla casa di riposo con altri venti e passa pazienti, e scomparsa per sempre dalla vita di Lenore con tutti i suoi insegnamenti e le sue parole.

“[…] quando avevo tipo otto anni, o dodici, chi se lo ricorda, Lenore mi fece sedere in cucina e prese una scopa e si mise a scopare furiosamente il pavimento, e poi mi chiese quale fosse secondo me la parte più fondamentale della scopa, la più cruciale, se il manico o la chioma. Il manico o la chioma. E io non sapevo cosa rispondere, e lei si mise a scopare ancor più violentemente, e io cominciai a innervosirmi, e finalmente dissi che secondo me era la chioma, perché senza manico si può scopare lo stesso, basta tenere in mano l'affare con la chioma, mentre scopare solo col manico è impossibile, e a quel punto lei mi agguantò e mi scaraventò giù dalla sedia e mi gridò qualcosa cosa tipo: ' Già, perché a te la scopa serve per scopare, no? Ecco a cosa ti serve la scopa, eh?' e roba del genere. E gridò che se invece la scopa ci serviva per spaccare una finestra allora la parte fondamentale era chiaramente il manico, e passò a dimostrarlo spaccando la finestra della cucina, cosa che fece accorrere i domestici, terrorizzati; ma che se appunto la scopa ci serviva per scopare, tipo per esempio i vetri rotti della finestra, e dài che scopava, allora l'essenza della cosa era la chioma. Cosa? E lo chiedi a me, perché? Perché? Ma allora di cosa parlate tutto il tempo? Perché si sente inutile, ecco perché.


La ricerca della bisnonna scomparsa passa in secondo piano nella narrazione, forse perché essa non è altro che un accorgimento letterario a cui la stessa Lenore protagonista ricorre per placare le sue incertezze. Prima che la bisnonna scompaia, Lenore ha un punto fermo nella sua vita. Come questa scompare, tra Lenore e il mondo non esiste più alcuna barriera: lei è adesso scoperta.
La scopa del sistema articola un pensiero molto arzigogolato sul concetto di barriere: quelle interpersonali, soprattutto. Questo prende vita dalle sedute che sia Lenore che Rick hanno dal dottor Jay, pazzo più dei due messi assieme. La resistenza di Lenore, di matrice psicologica, non le ha mai permesso di entrare in stretta intimità con qualcuno: questo, finché Wang Dang Lang non torna nella sua vita.

- Mi fai male, Andy, - dice Lenore. – Mi fai male dentro.
- Tesoro, questo è l’amore – dice W.D.L.

Basta guardare molto da vicino. Se si guarda molto da vicino ci si accorge che l’acqua del cesso non è ferma: tra le spesse pareti di porcellana della tazza, l’acqua del cesso pulsa, e, sia pure quasi impercettibilmente, essa si alza e si abbassa, influenzata dalla potenza or del risucchio or della spinta di maree sotterranee immaginabili solo dal più devoto dei pellegrini mattutini.


Ecco quindi di cosa parliamo quando parliamo di mondo contemporaneo: paura dell’intimità, della prevaricazione da parte di altri; paura di esporci, di uscire da noi stessi e trovare il vuoto. E Wallace questo lo capisce appieno: anche nei racconti che Rick sfoglia con noia e che racconta a Lenore, vi è sempre la costante dell’amore irrealizzabile in un mondo affetto dalla paura della solitudine.
Ma la vera colonna portante di tutto il romanzo è il peso che la stessa narrazione opera sui personaggi. Wallace si prende gioco dei suoi personaggi inculcandogli il dubbio di non avere il minimo controllo sulle loro vite, per il semplice fatto di appartenere alla penna di un autore che decide di far loro qualsiasi cosa. Lenore si sente narrata, dominata dalle parole, le parole che odia e che considera potenti come motoseghe, fornendo uno spunto di riflessione sulla stessa letteratura. Cos’è la letteratura? Cosa vuol dire raccontare? Perché anche nella realtà ogni cosa che ci riguarda è vincolata dalla parola? Ogni volta che dobbiamo parlare di noi, appunto, è sempre solo un parlare, parlare, fare uso della parola perché non potremmo farne altrimenti, e questa è la nostra condanna.

“Lenore ti ha convinta a credere, grazie anche alla tua complicità, date le circostanze, che tu non sia realmente reale, o che tu sia reale solo nella misura in cui sei detta e raccontata, e cioè controllabile, e quindi fuori dal tuo controllo, in pratica personaggio più che persona – e ovviamente qui Lenore direbbe che persona e personaggio sono la stessa cosa, no? […]”


Wallace non si prende gioco solo dei personaggi ma dei lettori, nonché di se stesso. Fatto sta che, dopo 500 pagine filate, riesce a lasciarci senza una vera risoluzione della trama: non sapremo mai se Lenore e Lang sono morti davvero, forse l’unica cosa che sappiamo è che Lang ha guarito Lenore dal dramma incurabile della sua vita. Rick, d’altro canto, probabilmente non è l’uomo che crede di essere: il suo stesso discorso si interrompe, lasciando il vuoto davanti a sé.
Un vuoto che ci avvolge come lettori, personaggi, protagonisti e comparse di una vita che è generata dalle parole che non la definiranno mai completamente. Wallace traccia così implicitamente il suo manifesto di poetica, rendendo la filosofia delle università spartibile anche ad altri livelli del pubblico, raggiungendo persino chi di filosofia non si è mai interessato. Questo forse è il vero miracolo operato da Wallace: interpretare la realtà attraverso il filtro della filosofia, interrogandosi su cose che vanno ben oltre la letteratura, pur non svilendo quest'ultima. 
Rimpianto per la sua morte prematura, sappiamo che Wallace avrebbe avuto ancora molto altro da dirci, se non su Lenore, almeno su noi stessi.




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