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Perdersi per ritrovarsi? Il Fu Mattia Pascal

“Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal”

Si apre così la premessa di uno dei romanzi più famosi di Luigi Pirandello, il Fu Mattia Pascal. La citazione può sembrare a molti una semplice e banale frase, tutti conoscono il proprio nome e cognome, è una delle cose che si impara fin da bambini.
Cosa succede però quando non si ha più certezza di nulla, nemmeno di come ci si chiama?

«Io mi chiamo Mattia Pascal»
« Grazie, caro. Questo lo so. »
« E ti par poco? »

La trama si potrebbe riassumere in pochi semplici passi. Un giovane uomo, sposato con la donna sbagliata, si ritrova “incastrato” a vivere un’esistenza che non sente propria. Un giorno, inaspettatamente, il caso gli offre la chiave di soluzione a tutti i suoi problemi, che gli permetterà di ritagliarsi un posto nella società ed essere chiunque lui voglia realmente essere. 
La domanda, a questo punto, è solo una: si può scappare dalla propria vita?

"Non pareva molto, per dir la verità neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all’occorrenza:
«Io mi chiamo Mattia Pascal» "

Analizzando più nel dettaglio la struttura dell’opera, il lettore si troverà di fronte ad una scrittura piacevole e scorrevole. L’originalità degli argomenti trattati e l’utilizzo di un linguaggio ironico, e a tratti grottesco, permettono a Pirandello di affrontare il profondo e problematico tema dell’identità, a lui molto caro, in modo accattivante e comprensibile da qualsiasi pubblico.

Il protagonista, Mattia Pascal per l’appunto, ci racconta la sua vita in prima persona. Nonostante abbia una misera stima dei libri, sotto consiglio del suo reverendo amico Don Eligio Pellegrinotto, ci spiega “che ora non mi sarei mai e poi mai messo a scrivere, se, come ho detto, non stimassi davvero strano il mio caso e tale da poter servire d’ammaestramento a qualche curioso lettore”.

Il ruolo del destino è fondamentale per lo svolgimento della storia, proprio perché è dall'assurdità e dalla casualità di un episodio che prende forma il nuovo “gioco” dell’esistenza.
Una strana coincidenza associa la morte di un uomo nel paesino in cui vive il protagonista con la scomparsa dello stesso, del quale non si hanno più notizie da un po’ di tempo. Mattia si trova così morto per la società, per la sua famiglia e per tutti i suoi conoscenti, ma vivo per una nuova realtà che aspetta solo di essere vissuta dall’uomo che realmente lui vuole essere.

“[…] per il momento (e Dio sa quanto me ne duole), io sono morto, sì, già due volte, ma la prima per errore, e la seconda… sentirete”.

Mattia ha la grandissima possibilità di crearsi una nuova identità, completamente diversa dalla precedente. Partendo dal cambio del proprio nome, il nuovo Adriano Meis non ha più nulla a che vedere con il se stesso di prima, ha abbandonato completamente ogni tratto del suo vissuto ed è pronto a inventare e modellare la propria storia da zero.
Passo dopo passo però si accorge dell’impossibilità per l’uomo di essere davvero artefice del proprio destino.

Un’identità fittizia, inventata, può risultare entusiasmante agli occhi della gente, ma porta con sé anche una serie di problemi, primo tra tutti il non avere diritti.
Mattia/Adriano si accorge di quanto sia difficile compiere alcuni semplici gesti, come ad esempio acquistare un cagnolino, perché dovrebbe essere registrato e pagare una tassa. A questo si collega anche il problema della solitudine e delle continue menzogne, che finiscono per far perdere i capi saldi di chi realmente si è.

Si crea così un circolo vizioso: fuggire dalla propria identità che non si sente come propria, crearsi una nuova esistenza fatta su misura, ma ritrovarsi perso in una terra di mezzo in cui si può essere “tutti”, ma ci si sente “nessuno”.

Alla luce dei fatti, la possibilità di essere libero da qualsiasi identità imprigiona l’uomo in una situazione di reclusione in cui qualsiasi cosa è potenzialmente realizzabile, ma realisticamente impossibile senza essere riconosciuti dalla società.

“Fuori dalla legge e fuori di quelle particolarità, liete o tristi che siano, per cui noi siamo noi, caro signor Pascal, non è possibile vivere”


Fonte foto: anobi.com