Immagine Header

Un Rossetto rosso Afghanistan

Rosso.
Rosso è il simbolo del fuoco che arde, della passione che brucia.
Rosso è il rossetto che dipinge le labbra delle donne.
Rosso è il colore del sangue, della sofferenza, di una ferita che non vuole rimarginarsi.

Ed è proprio un rossetto rosso il legame che unirà le due protagoniste del romanzo “Le ragazze di Kabul” di Roberta Gately. Mai come questo in caso la traduzione italiana ha fatto perdere l’importanza su questo piccolo, ma importante dettaglio: il titolo originale è, infatti, "Lipstick in Afghanistan" che in italiano significa proprio "Rossetto in Afghanistan".



Elsa, infermiera americana con un profondo spirito umanitario, dopo la caduta delle Torri Gemelle decide di partire per Bamiyan, in Afghanistan, come volontaria in soccorso delle vittime colpite da malattie a lei sconosciute e da violenti attacchi terroristici.

Parween è una ragazza afghana ribelle, totalmente controcorrente all’ideale comune del paese in cui vive. Dopo aver rifiutato un matrimonio combinato, riesce a trovare un fedele marito che si dimostrerà essere il vero amore della sua vita. Insieme i due coniugi condividono idee progressiste, il marito insegna a Parween a leggere e scrivere. Questi atti vengono considerati vere e proprie provocazioni, totale mancanza di rispetto verso il regime, comportamenti assolutamente vietati che verranno puniti con l’uccisione del marito stesso per mano dei talebani. La perdita del compagno accenderà nella povera vedova una sete di vendetta ed un odio accecante verso i talebani ed il potere afghano.

Dietro la lotta alle ingiustizie, al salvataggio di povere vite umane, all’alto prezzo che bisogna pagare per riuscire a realizzare i propri sogni, o almeno nel provarci, si mescola l’amicizia delle due donne. La passione per un rossetto, per quel piccolo dettaglio rosso che spicca nell’odio nero della rabbia e del dolore, unirà Elsa e Parween in un’amicizia di aiuto e sostegno. Un rossetto per non dimenticarsi mai chi si è, un rossetto per darsi forza, un rossetto per ribellarsi al mondo.

"Aveva sorriso alla propria immagine come se la vedesse la prima volta. Il rituale stesso di indossare il rossetto, darsi quel morbido colore sulle labbra e stringerle per stenderlo in modo uniforme ,e, infine guardarsi allo specchio, l’aveva affascinata"

"Sua cugina aveva estratto un vecchio tubetto che conteneva una specie di cera colorata e gliel'aveva applicata sulle labbra e quando lei si era guardata di nuovo allo specchio, e si era vista le labbra ravvivate da un lucido rosso, non era riuscita a contenere la gioia. Si era sentita grande e bella come le donne che si accalcavano attorno alla sposa, ed era affascinata dall'immagine a cui il trucco aveva dato vita"


Roberta Gately prende spunto da un’esperienza autobiografia come infermiera volontaria e da una leggenda afghana per scrivere Le ragazze di Kabul. La leggenda narra di una donna che in sella al suo cavallo attraversa quei territori a noi così lontani per combattere i talebani.

Il risultato è una storia che ci presenta un Afghanistan prima e dopo gli attentati terroristici, ci racconta le crudeltà dei talebani verso le donne e chiunque abbia idee contrastanti al regime, gli sforzi estenuanti e le continue lotte degli abitanti per combattere quei terribili e apparentemente invincibili nemici.

Perché forse quella terra non è poi così lontana come sembra.


Afghanistan, 2002
«Hai sentito?», la voce era quasi un sussurro. Elsa trattenne il respiro e poi lo sentì anche lei, un leggero rumore di passi su un letto di foglie e rametti. Con la coda dell’occhio vide una serie di ombre fuggire fra gli alberi e quando si girò il suo sguardo si posò su un raggio di sole riflesso sulla canna di un fucile. Non c’era dubbio, i talebani li avevano trovati. “Mio Dio!”, pensò. “Siamo spacciati”. Elsa sapeva che i talebani erano dominati da un odio senza pari, ovunque andassero portavano morte e distruzione. Sopraffatta da un’ondata di paura che la stordiva, avrebbe voluto gridare o vomitare, ma non poteva fermarsi. Cercò di attirare l’attenzione di Parween, ma la sua amica aveva lo sguardo rivolto altrove, intenta a individuare la fonte di quel rumore. «Correte!», gridò qualcuno e all’improvviso si scatenò un fuggi fuggi. Ma Elsa non poteva correre. Aveva le gambe avviluppate nella stoffa del burqa che la copriva da capo a piedi. Lottò per liberarsi e, quando finalmente riuscì a sbarazzarsi dell’indumento, prese a correre con le scarpe di plastica ai piedi che sfioravano appena il terreno. Non aveva mai corso così velocemente in vita sua e il cuore le batteva forte nel petto mentre, con la bocca spalancata, inghiottiva boccate d’aria.