CAMBIAMENTI CLIMATICI: L'Italia sott'acqua

«È urgente investire al fine di evitare l’eventuale impatto devastante del global warming e dei fenomeni meteorologici estremi, quali quelli ritrovati in numerose regioni del mondo nel 2012. Gli scienziati ammettono che le condizioni meteorologiche estreme costituiscono oggi “la nuova norma” e che non solo costano care all’economia mondiale, ma che il loro costo aumenterà ancora. Se non interveniamo, il mondo subirà un aumento della temperatura media di 4°C entro la fine del secolo. Secondo gli specialisti, questo potrebbe innescare altre catastrofi, comprese ondate di calore estreme, tempeste tropicali più devastanti, la diminuzione degli stock alimentari e l’innalzamento del livello dei mari che colpirebbe centinaia di milioni di persone». (The Green Investment Report, World Economic Forum, gennaio 2013) 




Il maltempo dell’ultimo periodo è la conseguenza dei cambiamenti climatici, già previsti anni fa, per i quali non si è ancora deciso di mettersi all’opera. Uno studio ha rivelato come, anche riducendo le emissioni di gas serra, ampi tratti delle nostre coste saranno sommerse entro la fine del secolo. Il livello del mare non è immutabile, ma cambia nel tempo, a causa dei movimenti tettonici e soprattutto dei cambiamenti climatici: il riscaldamento globale incide sulle inondazioni, mettendo a rischio tutte quelle persone che vivono vicino alla costa, che saranno costrette ad abbandonare quei territori, diventando a tutti gli effetti “migranti climatici”. In Europa oltre un terzo della popolazione abita entro 50 km dalla costa. 



[a) Golfo di Oristano; b) Cagliari. Illustrazione da F. Antonioli et al. / Quaternary Science Reviews 158 (2017)]


«Da qui a qualche decennio l’innalzamento ci sarà e su questo non c’è nulla da fare, ma costruendo dighe, idrovore e prendendo provvedimenti adatti sarebbe possibile evitare gli allagamenti» spiega Fabrizio Antonioli, Research Director al Laboratorio Modellistica Climatica e Impatti dell’ENEA. 

Nell’ambito del progetto RITMARE, Antonioli e i suoi colleghi hanno pubblicato uno studio che mostra quali sono le zone a rischio in Italia, individuandone ben quattro: il Nord Adriatico, il golfo di Taranto, il golfo di Oristano e quello di Cagliari. 
In base alle previsioni l’Italia di fine secolo potrebbe essere una penisola molto diversa da quella che conosciamo, con fino a 5.500 km quadrati di pianure costiere ormai sommersi. 

A seconda della quantità di gas serra presenti nell’atmosfera, il livello del mare salirà da un minimo di 53 cm a un massimo di 97 cm entro il 2100, e anche se si dovessero ridurre le emissioni, così come previsto dalla Conferenza di Parigi del 2015, il livello salirebbe comunque, anche se di qualche centimetro in meno (tra i 28 e i 60 cm). 
Il tutto va messo in correlazione con i dati raccolti sui movimenti tettonici: Antonioli spiega come grazie ai voli satellitari sia stato possibile creare delle mappe, integrate con la geofisica del pianeta, giungendo ad una previsione dettagliata sulla situazione futura delle nostre coste, ognuna con la sua particolarità. 


GLI EFFETTI DEI CAMBIAMENTI SUL MAR MEDITERRANEO 

Già a luglio 2018 erano state fatte diverse stime sulle perdite legate agli allagamenti e inondazioni e sul comportamento del Mar Mediterraneo in risposta al riscaldamento globale. Il climatologo Gianmaria Sannino, responsabile del laboratorio di “Modellistica climatica e impatti” dell’ENEA, in occasione della “due giorni scientifica” ha spiegato quali potrebbero essere le perdite italiane legate ad allagamenti e inondazioni. Decisivo è il contributo di CRESCO6, il supercomputer che integra dati oceanografici, geologici e geofisici, permettendo previsioni dettagliate di innalzamento del Mediterraneo. 
Finora i dati di riferimento erano quelli dell’IPCC, la maggiore istituzione mondiale per il clima, che hanno stimato l’innalzamento globale delle acque marine fino a quasi 1 metro alla fine del 2100. 

Questi dati però non tengono conto delle caratteristiche territoriali di ogni regione. Sannino con il suo nuovo sistema, unico al mondo, ha offerto la possibilità di ampliare la mappatura del rischio allagamento, individuando altre sette aree costiere italiane a rischio: tre in Abruzzo a Pescara, Martinsicuro e Fossacesia; una in Puglia a Lesina, con previsione di arretramento delle spiagge e delle aree agricole; altre tre zone sulle isole, in particolare in Sicilia a Granelli, in Sardegna a Valledoria e nell’Isola d’Elba a Marina di Campo. 
Si tratta di una perdita di decine di chilometri quadrati di territorio entro fine secolo, da sommarsi alle altre aree già individuate: la costa dell’alto Adriatico compresa tra Trieste, Venezia e Ravenna; il golfo di Taranto e le piane di Oristano e Cagliari. 

Antonioli sottolinea: «Negli ultimi 200 anni il livello medio degli oceani è aumentato a ritmi più rapidi rispetto agli ultimi 3 mila anni con un’accelerazione allarmante pari a 3,4 mm l’anno solo negli ultimi due decenni. Senza un drastico cambio di rotta nelle emissioni dei gas a effetto serra, l’aumento atteso del livello del mare entro il 2100 modificherà irreversibilmente la morfologia attuale del territorio italiano, con una previsione di allagamento fino a 5.500 km2 di pianura costiera, dove si concentra oltre la metà della popolazione italiana».


LE CAUSE DEL MALTEMPO DELL’ULTIMO MESE 

Ingenti sono stati i danni causati dal maltempo, che ha abbattuto interi boschi, rendendo irriconoscibili i versanti alpini. L’eccezionalità di questo maltempo è da ricollegare all’intensità del ciclone del 27 ottobre 2018, che ha dato origine agli intensi venti meridionali, che carichi di umidità, hanno scaricato ingenti quantità di pioggia, soprattutto sulle Alpi orientali, provocando una strage di alberi con circa 2 milioni di metri cubi di legname abbattuto. Il vento ha raggiunto una forte velocità, fenomeno raro alle nostre latitudini se non all’interno di una tromba d’aria, che però non c’è stata. 



La “colpa” sembra essere proprio dei cambiamenti climatici: questi eventi estremi, che vanno da periodi di forte siccità fino alle alluvioni, non sono più occasionali, ma sempre più frequenti. L’incremento della temperatura media e l’aumento di vapore acqueo mettono a disposizione dell’atmosfera una maggior quantità di energia e, come spiega il Professor Claudio Cassardo dell’Università di Torino, ne risulta un’atmosfera “dopata” in cui questi eventi estremi hanno maggiori probabilità di verificarsi

Il maltempo dell’ultimo mese dunque non è un caso, ma la conseguenza di alcune anomalie: il caldo fuori stagione di quest’autunno, l’anomalia termica delle acque superficiali del Mediterraneo, l’azione di blocco prodotta da un’area di alta pressione persistente sui Balcani e sull’Europa orientale, che ha rallentamento la perturbazione che si è soffermata più a lungo sopra le acque tiepide del Mediterraneo, acquisendo sempre più energia e generando piogge più importanti. 
Ma la causa principale di tutto ciò sarebbe il riscaldamento dell’Artico, che si sta riscaldando il doppio rispetto al resto del pianeta e favorisce le situazioni di blocco. 

Anche l’università di Oxford conferma che i cambiamenti climatici hanno più che raddoppiato le probabilità del verificarsi delle intense ondate di calore, con tutto ciò che ne deriva. 

Bisogna agire in fretta e limitare i danni. 





FONTI TESTO
nationalgeographic.it
rinnovabili.it
meteo.it

FONTI IMMAGINI
pixabay.com
meteoweb.eu
nationalgeographic.it