Cialde del caffè: quali effetti per ambiente e salute?



Il piacere di una buona tazza di caffè non si nega a nessuno, ma quando al posto della caffettiera si usa la macchinetta con le cialde a qualcuno forse viene da chiedersi: quanto inquinano? Sono nocive per la salute?  

Nel commercio mondiale, il caffè è ai primi posti e pesa sul volume d’affari come il petrolio e l’acciaio. L’economia di molti Paesi dipende interamente dalle esportazioni di questo prodotto, che dà lavoro a 25 milioni di persone, per lo più in aziende a conduzione familiare. Negli ultimi anni abbiamo assistito al “boom” delle capsule: sono circa 10 miliardi quelle vendute ogni anno nel mondo, generando oltre 120mila tonnellate di rifiuti

Ormai non se ne può fare a meno, si trovano dappertutto, non solo negli uffici, ma anche a casa. Eppure smaltire questi scarti non è una cosa semplice, infatti le capsule richiedono fino a 500 anni per essere smaltite, ma non tutti le riciclano: la capsula andrebbe pulita dopo l’uso, il caffè rimasto dovrebbe essere buttato nell’organico e l’alluminio nel contenitore ad esso dedicato, ma il consumatore tende a gettare il tutto direttamente nell'indifferenziato.
C’è anche da dire che le capsule di caffè non sono considerate imballaggi, e sono difficili da riciclare, perché fatte con una miscela di plastica e alluminio, a cui si vanno ad aggiungere i sedimenti organici di caffè, facendo sì che la maggior parte degli impianti di riciclaggio non sia in grado di smaltirle facilmente. Quindi non sono destinate alla raccolta differenziata: finiscono nelle discariche e negli inceneritori, con un potenziale impatto sull’ambiente.


CIALDE O CAFFETTIERA?
Persino l’Italia, da sempre affezionata alla caffettiera, ormai parte della famiglia, è stata attratta dalle cialde: nel giro di tre anni il numero di famiglie che ne fa uso è quasi raddoppiato. Dal 2011 al 2014 è passato da 1,5 a 2,6 milioni (circa l’11% delle famiglie italiane). Il caffè macinato continua a essere venduto sugli scaffali dei supermercati e mantiene il suo primato, ma le capsule si stanno diffondendo su altri canali: l’e-commerce permette di ordinarle e riceverle direttamente a casa, incentivandone il consumo.
Sempre in Italia su circa 1 miliardo di capsule vendute all’anno, 12 mila tonnellate finiscono nelle discariche o inceneritori, anziché essere riciclate. 



BANDO ALLE CIALDE
In attesa che si affermi la produzione di capsule ecologiche biodegradabili, Amburgo ha vietato una serie di prodotti inquinanti dagli edifici dell’amministrazione comunale. Tra questi ci sono le capsule del caffè, le bottiglie e tutti i contenitori di plastica. I divieti sono contenuti nella “Guida per l’approvvigionamento verde”, nella quale sono indicati gli standard ambientali da adottare anche negli acquisti: i consumatori sono invitati a verificare se nell’acquistare un bene o un servizio può essere limitato l’impatto sull’ambiente.


UNA SOLUZIONE ECOLOGICA
Secondo i dati raccolti da Life Pla4Coffee, il progetto europeo che mira alla sostituzione delle vecchie cialde con un modello compostabile, sono circa 10 miliardi quelle vendute ogni anno nel mondo, che generano 120 mila tonnellate di rifiuti, di cui 70 mila nella sola Europa: questo quantitativo sarebbe sufficiente a fare 12 volte il giro del mondo!

Non mancano sul mercato le alternative eco-friendly. Una prima soluzione arriva dal nostro Paese: WayCap ed è una capsula riciclabile, 100% ecologica e compatibile con le macchine “Nespresso”. La cialda di ultima generazione punta a risolvere il problema dello smaltimento delle capsule con un risparmio stimato intorno all’85% sul costo delle cialde per espresso tradizionali. Anche “Caffè Vergnano” ha sviluppato una capsula in materiale biopolimerico biodegradabile al 100% e la neozelandese “Coffee Company” produce capsule biodegradabili a base di fibre vegetali compatibili con le maggiori macchine espresso.


DANNI PER LA SALUTE?
Nonostante le aziende siano sempre più attente a nuove soluzioni sostenibili, resta da chiedersi se queste capsule, ecologiche e non, possano mettere a rischio la salute del consumatore. Secondo alcune ricerche come quella condotta dal professor Carlo Foresta, ordinario di Endocrinologia all’Università degli Studi di Padova e presidente della Fondazione Foresta Onlus, il caffè in capsule sarebbe in grado di veicolare ftalati, composti chimici che si trovano nella plastica e nell’alluminio e che verrebbero rilasciati a contatto con l’acqua ad alta temperatura.

"Gli ftalati sono agenti chimici aggiunti alle materie plastiche per aumentarne la flessibilità. Sono ovunque, ma non ce ne accorgiamo. E svolgono un'azione simil-estrogenica nel nostro organismo. Secondo recenti ipotesi, aumenterebbero l'incidenza di patologie andrologiche osservata negli ultimi venti anni. In diverse specie animali gli ftalati modificano il funzionamento del sistema riproduttivo e sono ritenuti anche per l'uomo tra quei contaminanti che possono agire negativamente sulla fertilità".

Il gruppo di ricerca guidato da Foresta, in collaborazione con il C.n.r., ha rivolto l'attenzione soprattutto ai preparati commerciali predosati.

“Tutti i prodotti testati, dalle capsule in alluminio a quelle in plastica e materiale biodegradabile, si sono rivelate capaci di rilasciare gli ftalati nel caffè. Non vogliamo demonizzare nulla anche perché le concentrazioni riscontrate sono nell'ambito dei range consentiti. Ma dev'essere considerato che, anche attraverso questa contaminazione, si contribuisce al raggiungimento dei valori soglia segnalati come nocivi dalle autorità sanitarie nazionali ed internazionali”.

I risultati della ricerca fanno sorgere domande sui criteri per valutare il “valore soglia”, quando non è ancora nota la reale diffusione di queste sostanze, che considerate caso per caso rientrano nel range, ma resta da capire qual è l’esposizione globale a queste sostenze.

"Noi siamo, di fatto, la somma di queste esposizioni. Quindi sarebbe importante cercare di capire se, nell'arco della giornata, si superano i limiti dell'assunzione, quantificando i valori medi di esposizione. Una ricerca che aiuterebbe anche a decidere in che modo eventualmente limitare l'esposizione”.




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