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Il divorzio del secolo: la Brexit e il rischio di un'Europa senza Gran Bretagna

Good times for a change” canta Morrisey degli Smiths in quel capolavoro che è Please, Please, Please Let Me Get What I Want e, di questi tempi, non è l’unico britannico ad aver voglia di cambiamenti.
Con l’avvicinarsi del referendum che il 23 giugno chiederà ai cittadini britannici se sono favorevoli o contrari a un’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, è sempre più difficile ignorare la voce del fronte anti-Europa, a cui non mancano di fare eco i numerosi movimenti nazionalisti e populisti oltre Manica, dalla Francia alla Spagna, passando per l’Italia.
Riguardo la questione, la comunità internazionale ha pressoché all’unanimità espresso forti preoccupazioni per le ripercussioni che l’uscita della Gran Bretagna avrebbe sulla stabilità del sistema internazionale, ma a livello interno la situazione è più complessa e frammentata. Vediamo infatti da un lato il fronte populista capeggiato dal sindaco di Londra Boris Johnson caldeggiare fortemente l’uscita da quel calderone di burocrazia, divisioni e impasse che è divenuta l’Europa e dall’altro liberali, imprenditori e uomini d’affari fortemente preoccupati per gli impatti politici ed economici di un’eventuale Brexit.
In ordine di fare chiarezza in un quadro sempre più caotico, può essere utile cercare di fare un’analisi in termini di costi e benefici derivanti dall’eventuale divorzio con l’Europa e domandarsi chi ha qualcosa da guadagnare da esso. Secondo molti osservatori, nessuno.
Per quanto concerne la Gran Bretagna, gli effetti a livello commerciale sarebbero infatti devastanti, considerando che, come sottolinea l’Economist, il 45% dei suoi flussi di export sono diretti verso il mercato unico europeo. Certo, questi effetti potrebbero essere attutiti da un eventuale accordo di libero scambio ma occorre considerare che l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea creerebbe un clima teso da cui difficilmente potrebbe sorgere un accordo efficace e vantaggioso. Inoltre l’Europa condiziona l’accesso al mercato unico al rispetto di alcune regole che ritiene fondamentali, come la libera circolazione di persone, regola che sta ormai stretta a molti sudditi di Elisabetta II. Oltre al rischio di perdere l’accesso al mercato unico si sommerebbe la perdita della facoltà di partecipare alle decisioni legate ad esso e si acuirebbe fortemente la competizione da parte dei centri finanziari concorrenti alla City come Parigi e Francoforte. Un piccolo guadagno di sovranità a un prezzo a dir poco esoso.
Ai problemi di natura commerciale e finanziaria, inoltre, la Gran Bretagna rischierebbe di acuire le proprie divisioni interne, in particolare per quanto riguarda il travagliato fronte scozzese. Se il referendum relativo all’indipendenza della Scozia dalla Gran Bretagna di alcuni anni fa ha non ha portato a una secessione, occorre ricordare che, alle elezioni di otto mesi fa, la maggioranza dei seggi scozzesi è andata ad esponenti del fronte nazionalista. La Scozia inoltre vede con favore la membership britannica nell’UE. Un’eventuale Brexit potrebbe dunque portare a un conflitto di interessi pronto a gettar fuoco sugli istinti nazionalisti scozzesi al momento sopiti.
Il fronte Brexit risponde a queste preoccupazioni con il tormentone della “very special relationship” anglo-americana, che smorzerebbe gli impatti di un allontanamento tra Londra e Bruxelles. Questa visione non è tuttavia condivisa dagli Stati Uniti. Se è infatti veri che per questi ultimi Londra è sempre stata l’alleata per eccellenza nella vecchia Europa, occorre domandarsi quanto a lungo questo stato di alleato privilegiato potrà reggere alla condizione di marginalizzazione che comporterebbe un’uscita dall’Unione.  
Oltre all’impatto sulla Gran Bretagna stessa, occorre guardare agli squilibri che un evento di tale portata avrebbe sull’equilibrio internazionale. L’ordine mondiale di stampo liberale, infatti è sorretto da Stati Uniti ed Europa. L’uscita della Gran Bretagna dall’Europa, in un momento di profonda crisi quale quello attuale, assesterebbe alla già provata e divisa Unione un colpo durissimo, oltre a creare un precedente che romperebbe il taboo dell’irreversibilità del processo di integrazione europea. Se a questa considerazione si aggiunge quella che a fronte della necessità di gestire l’ascesa cinese, l’aggressività della Russia e il calderone mediorientale è necessaria una stretta cooperazione transatlantica, possiamo facilmente capire la preoccupazione della comunità internazionale di fronte alla possibilità di un colpo così duro per uno dei suoi due più importanti gendarmi.
Ma se una Brexit implica tutti questi svantaggi, come mai c’è chi la invoca a gran voce? Una risposta potrebbe essere nel fatto che la Gran Bretagna, sempre più forte ha iniziato a spazientirsi per le ormai strutturali debolezze dell’Unione Europea. L’Europa infatti, fatta eccezione per Germania e Gran Bretagna, ha smesso di crescere, fatica a gestire in maniera efficace la minacia terroristica, le sue istituzioni vengono avvertite come carenti di legittimità e le divisioni tra i suoi membri spesso le impediscono di agire. Particolarmente esemplificativo della velenosità dei limiti europei è il fatto che l’eurozona sia l’unico attore del sistema internazionale a non essere riuscito a ripartire dopo la crisi iniziata nel 2008.
Per i sostenitori del fronte Brexit dunque l’Europa post 2008 è diventata sinonimo di fallimento, oltre che fonte di vincoli e richieste. Tuttavia, se i limiti dell’Europa unita sono ormai sotto gli occhi di tutti, non si può negare che questi originino dalla necessità di più Europa, e non il contrario.