Immagine Header

Immigrazione: la retorica alla prova dei numeri



Quello dell’immigrazione è da sempre un tema caldo nell’agenda politica di ogni paese. Quando si parla di immigrazione, infatti, si parla di decidere chi può fare parte di una determinata nazione e chi no, dove per nazione si intende il gruppo di persone che la compongono condividendo cultura, valori e identità, oltre ai diritti e doveri che inevitabilmente derivano da tale appartenenza. Tenere a mente questa connotazione del fenomeno aiuta a comprenderne non solo la complessità, ma anche la ragione per cui molti non sono disposti a cedere terreno a riguardo: in ballo ci sono identità, cultura e valori. Poche cose storicamente hanno smosso coscienze e individui quanto questi tre elementi.

Alla luce di questo, non stupisce il fatto che nel corso del tempo il concetto di immigrazione sia stato sempre più frequentemente accostato a quello di invasione, con tutte le ansie che ne conseguono.
Ma all’immigrazione non si legano solo preoccupazioni di natura culturale. Anche l’economia è un’arena su cui fronti opposti con opposte visioni di politica economica si battono strenuamente.

Ogni volta che si discutono temi di politica economica, infatti, si discute circa chi da qualcosa guadagna e chi ci perde, si decide a quali interessi dare priorità e quali richieste lasciare inascoltate e l’attuale momento storico è particolarmente esemplificativo di tale assetto. Ogni giorno assistiamo al disperato esodo di chi per fame di futuro mette le proprie vite in balia dell’avidità dei trafficanti e dei capricci del mare, accolti a malincuore da paesi economicamente alla canna del gas e ignorati o respinti da un’Europa che una volta di più palesa le sue ormai patologiche spaccature e fragilità. Allo stesso tempo, ogni giorno, provati da una crisi profonda al punto da trascendere il piano meramente economico, viviamo sulla nostra pelle la paura per un futuro che appare sempre più incerto o il disagio di fare i conti al centesimo per arrivare a fine mese, diventando facile preda di una strumentalizzabile frustrazione.

In questo clima frasi come “che ne è degli italiani?”, “mi dispiace per loro, ma noi veniamo prima”, “non possiamo permetterci di mantenerli tutti” o “tutta l’Africa in Italia non ci sta”, appaiono normali, persino comprensibili, e l’ultimo arrivato diventa il capro perfetto per convincersi dell’esistenza di soluzioni semplici a problemi complicati, nonché uno strumento politico per veicolare a proprio favore il malessere generalizzato. Sbrogliare la matassa di valori, paura e ideologia che avvolge il fenomeno è molto complesso, ma un primo passo in tal senso può essere guardare a esso accantonando la retorica e facendo parlare i numeri.

Un primo dato che può aiutarci a dare una dimensione oggettiva al fenomeno è quella sul loro numero: quanti sono in realtà? L’ultimo report OCSE a riguardo mostra che certo, il loro numero dal 2000 è andato raddoppiando, ma si attesta comunque su un 10% della popolazione ben lontano dal concetto di invasione molto spesso utilizzato nella retorica. Un altro mito sfatato dai numeri è quello dell’immigrato mantenuto da noi. I dati a riguardo, infatti, mostrano una maggior propensione al lavoro, con un livello di occupazione complessiva del 59% di tre punti percentuali sopra a quello italiano. Stando così le cose, quindi, va da sé la fondatezza di uno dei principali timori legati all’immigrazione: quello dello straniero che ci ruba il lavoro. Timore sacrosanto, ma è opportuno chiarire di quale lavoro stiamo parlando combinando gli indicatori del livello occupazionale con il livello di reddito medio e quello di sovraqualificazione degli immigrati per i lavori che svolgono. L’analisi di questi dati mostra come la refurtiva in questo caso sia costituita da lavori meno remunerati (il reddito medio degli immigrati si attesta su 12.900 euro contro i 20.000 degli autoctoni) e di bassa qualità, se consideriamo che il livello di sovraqualificazione dei nati all’estero è tra il 70 e l’80%.
A questi dati scoraggianti si devono inoltre aggiungere le difficoltà di contesto proprie dell’attuale convergenza economica, che vede gli immigrati di sesso maschile maggiormente vulnerabili alla recessione in corso. Dal 2007 infatti il 12% di loro ha perso il lavoro, sei punti percentuali in più rispetto agli italiani.

Se i dati appena analizzati ci mostrano come gli immigrati abbiano fallito nel supposto tentativo di rubarci lavoro e benessere, col risultato che quasi un terzo di loro vive in stato di povertà relativa, resta ancora da chiarire un punto fondamentale: quanto ci costano. A cercare di fornire una risposta a riguardo è la fondazione Leone Moressa, che ogni anno redige un bilancio dell’impatto degli stranieri sulla nostra economia e mostra come il contributo degli stranieri si aggira intorno ai quattro miliardi di euro l’anno. Nel 2012 l’Italia ha infatti speso per gli immigrati 12,6 miliardi di euro (l’1,57% degli 800 miliardi di spesa pubblica) ottenendo da essi 16,5 miliardi di entrate tra Irpef, imposte sui consumi, sugli oli minerali, lotto e lotterie di stato, tasse, permessi e contributi previdenziali.

Le statistiche appena analizzate, dunque, mostrano come le dimensioni oggettive del fenomeno siano meno estreme e allarmanti rispetto a come lo si dipinge nella retorica dominante, ma resta fuor di dubbio il fatto che l’immigrazione non solo è aumentata, ma a causa dell’attuale contesto internazionale è destinata ad aumentare costantemente, richiedendo a gran voce risposte effettive più che demagogiche e comunitarie più che nazionali la cui assenza può minare seriamente la stabilità e la ragion d’essere della stessa Unione Europea.

Come la storia ridisegnerà la demografia e l’economia italiana ed europea non ci è ancora dato saperlo, ma quello che ciascuno di noi nel proprio piccolo può fare è vedersela con la propria etica e la propria coscienza, provando a guardare ai numeri, prima di darli.