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L'uomo e l'economia. Siamo davvero egoisti come ci dipingono?

Una delle prime lezioni che uno studente di economia riceve è la nascita dello scambio. La storia è più o meno la seguente: l’uomo primitivo in origine doveva prodigarsi per produrre da sé tutto ciò di cui necessitava fino al momento in cui non si è reso conto che, specializzandosi in ciò che meglio gli riusciva, era in grado di produrre più di quanto gli servisse e, scambiando il surplus, ottenere tutto ciò di cui aveva bisogno sforzandosi meno. Adam Smith, il padre di questa efficace narrazione, riconduceva questo meccanismo a una componente della natura umana. Per Smith infatti nell’uomo quella allo scambio sarebbe un’attitudine innata, con la conseguenza che il mercato, che oggi pervade tutti gli aspetti delle nostre vite, altro non sarebbe che la proiezione di uno degli aspetti della nostra natura.
La narrazione di Smith, ha avuto un forte impatto nella descrizione del comportamento dell’uomo in economia, che è tratteggiato come un essere razionale, egoista e massimizzante nelle sue valutazioni volte a fargli raggiungere il massimo livello di benessere possibile attraverso lo scambio.
Ogni economista, tra cui la sottoscritta, si è trovato ad utilizzare tale categoria, probabilmente apprezzandola per la sua efficacia, la sua pulizia e la sua semplicità.
Tuttavia, se in economia le categorizzazioni meccaniche e semplificate possono essere davvero efficaci per comprendere fenomeni complessi, quando si parla di natura umana può essere necessario porsi qualche domanda in più. È davvero possibile esaurire così la descrizione della natura umana? Siamo davvero, siamo sempre stati, così? Abbiamo effettivamente questi tratti innati che ci accomunano?
Diversi studi si sono interrogati a riguardo, i più importanti dei quali sono quelli condotti da alcuni antropologi sul campo, che, vivendo a contatto con alcune società primitive per osservare il comportamento umano in contesti in cui il mercato è assente, hanno cercato conferma dell’esistenza di questa attitudine innata allo scambio professata dall’economia.
I principali studi riguardano gli indiani Kwatiutl, nativi americani del Canada, e i Trobriand, una popolazione polinesiana. I risultati? Queste società non sono basate sullo scambio. In entrambi i contesti gli individui vivono immersi in un sistema di reciprocità e mutuo soccorso e i beni circolano dall’uno all’altro attraverso il dono. Il concetto di proprietà è fluido, per i Trobriand, e ogni oggetto, che contiene l’anima di chi lo dona, passa dall’uno all’altro in un flusso continuo che lo riporterà a chi lo deteneva in origine, per poi ripartire. Il momento dello scambio di doni diviene mistico, festoso e veicola alleanze e sodalizi non solo tra diversi individui, ma anche tra tribù magari ostili.
Un meccanismo analogo lo troviamo tra gli americani Kwatiutl, in cui il potlach, questo il nome che si dà al rito di donare, diviene un momento fondamentale dello stare in società. Donare a tutta la tribù è infatti un rito di passaggio per l’età adulta che accompagnerà ogni momento importante della vita dell’individuo, dal matrimonio alla nascita dei figli. Inoltre in queste società l’atto di donare si sostituisce conflitto. I kwatiutl, infatti, “schiacciano gli avversari con la ricchezza” in gare di generosità che accrescono il prestigio di individui e tribù che più sono in grado di donare, in una guerra inoffensiva.
In tale assetto, la capacità di generare ricchezza, di accumulare beni, viene vista in chiave comunitaria: non ci si arricchisce in ordine di accumulare, ma al fine di distribuire ricchezza, aumentando il benessere della comunità tutta.
Certo, quando parliamo di benessere dobbiamo contestualizzarlo e tenere in conto che si tratta di società primitive, caratterizzate da basse conoscenze scientifiche e tecnologiche e che quindi si trovano a vivere in contesti che ai nostri occhi possono apparire ostili e poveri. Tuttavia, anche qui, gli studi sul campo sembrano smentire le nostre percezioni. La vita dei “selvaggi” è a suo modo agiata. L’alimentazione risulta adeguata, spesso ricca, le ore dedicate al lavoro sono poche, la tecnologia disponibile non è né rozza né arretrata ma anzi avanzata e coerente con i fini che perseguono e inoltre essi dispongono di una conoscenza della natura in cui sono immersi che consente di padroneggiare efficacemente il contesto in cui si trovano.
A riguardo, alcuni studi evidenziano come quella perseguita da queste popolazioni sia una “via zen all’opulenza”, in cui, adattando le proprie necessità ai mezzi disponibili queste sono in grado di raggiungere un livello di benessere e serenità elevati, per certi aspetti persino superiori a quelli che si possono provare in società complesse e consumiste come la nostra.
Lo studio delle società primitive, dunque, ci porta ad ammettere che no, non siamo come l’economia ci vuole, suggerendoci che sappiamo essere più complessi, più generosi, più disinteressati e meno materialisti. E ricordandoci che in fondo la natura umana è così ricca da riuscire sempre a sorprenderci. A volte anche in bene!