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L'acqua: da bene imprescindibile a risorsa preclusa

Quando ero bambina e mi chiedevano cosa volessi diventare da grande, rispondevo che sarei diventata una bellissima sirenetta. Lo so, è una risposta strana persino per una bambina di quattro anni, eppure era il mio piano A per la vita. Ricordo come se fosse ieri le ore passate a contemplare il mare, i laghi e i fiumi che incontravo, sentendomi schiacciata dall’enorme e imprescindibile bellezza dell’acqua, desiderando esser parte di quella meraviglia. Sono passati anni da allora. Continuo ad essere un po’ strana, ma sono abbastanza grande da capire che quella vocazione era dovuta all’attrazione che una risorsa così essenziale esercitava su di me e alla sensazione di immenso che si prova davanti a qualcosa che sembra non finire mai. A dirla tutta, era dovuta anche al bellissimo cartone della Disney, ma quella è un’altra storia.
Tornando all’acqua, effettivamente sembrerebbe la risorsa più abbondante del pianeta, ricoprendolo per i suoi due terzi. Tuttavia, considerando che il 97% dell’acqua si trova nei mari e negli oceani, solo il 3% di essa è dolce e quindi utilizzabile per il sostentamento umano. Di questo 3%, solo lo 0,75% è in forma liquida, in quanto la restante parte compone i ghiacciai di Antartide e Groenlandia. Infine, la maggior parte dell’acqua in forma liquida si trova nel sottosuolo, col risultato che l’acqua dolce, in forma liquida e in superficie di cui l’umanità dispone è pari solo allo 0,01% dell’acqua del pianeta.
L’acqua, che sembra essere così abbondante, è dunque una risorsa limitata e preziosa e attualmente circa un quinto della popolazione mondiale non ha accesso all’acqua potabile. Considerata la limitata disponibilità della risorsa, dunque, è opportuno domandarsi quale sia il modo più efficace ed equo di gestirla e quali possono essere gli impatti della crescita demografica in corso su di essa. Non si tratta di interrogativi nuovi, sono stati posti per la prima volta nel 1972 dallo storico rapporto del Club di Roma dal titolo The Limits of Growth in cui si analizzavano le conseguenze che un sistema produttivo avulso da ogni tipo di considerazione sulla sostenibilità potesse avere su ecosistema e risorse disponibili. Il rapporto del Club di Roma più che concentrarsi sulla demografia guardava al modello di produzione e di consumo e in effetti dati UNESCO evidenziano che nel ‘900 a fronte di una popolazione quadruplicata il consumo di acqua è aumentato di ben sette volte.
L’acqua presente sul pianeta, dunque, seppure limitata potrebbe bastare per tutti e invece per coloro che non hanno vinto alla lotteria della vita e sono nati dalla parte “sbagliata” del pianeta l’acqua potabile può essere solo un sogno, perché? Una delle risposte è intuitiva e si trova nelle diseguaglianze nell’accesso alla risorsa. Le diseguaglianze più clamorose si hanno tra i consumi di acqua nel Nord e quelli nel Sud del mondo. A fronte di un fabbisogno di acqua minimo giornaliero pari a 50 litri, negli Stati Uniti il consumo medio pro capite è pari a 600 litri al giorno, in Europa a 250 litri, 10 litri in Mozambico e 4,5 litri in Gambia. Anche all’interno degli stessi paesi del in via di sviluppo vi possono essere forti diseguaglianze nell’accesso all’acqua potabile. La copertura infrastrutturale non è infatti uguale dappertutto e sono privilegiate le aree urbane, con la conseguenza che le zone periferiche o gli insediamenti informali non sono coperti dalla rete idrica o da quella fognaria, e nel caso in cui lo sono, gli abitanti devono sostenere costi sensibilmente più elevati per quantitativi molto più bassi di acqua. Questa differenza nei costi di accesso alla risorsa è all’origine di forti processi di impoverimento, diseguaglianze, tensioni sociali e rischi per la salute pubblica. Secondo dati UNDP nei paesi dell’Africa Subsahariana i costi per l’allacciamento alla rete idrica possono arrivare anche a 100 dollari e a 128 in Centro e Sud America. A questo si aggiunge il fatto che per massimizzare il profitto a chi può permettersi di acquistare meno acqua si sceglie di farla pagare di più, impoverendo ulteriormente chi è già in serie difficoltà. Le percentuali di reddito spese in acqua in Giamaica e Argentina superano il 10% del reddito e a Cochabamba, prima della famosa rivolta dovuta ai costi insostenibili causati dalla sua privatizzazione, era superiore al 25%. Proviamo a immaginare come ci sentiremmo noi se guadagnassimo 1000 euro e ne dovessimo spendere oltre 250 per aprire i rubinetti di casa. Ai problemi di tipo economico si aggiungono anche i suddetti effetti sanitari, col risultato che nei paesi in via di sviluppo sei milioni di persone ogni anno muoiono a causa di malattie legate all’uso di acque insalubri.
Dal quadro tratteggiato emergono dunque due problemi legati alla disponibilità di acqua nel mondo: il primo è l’iniquità che caratterizza l’accesso a essa, il secondo il fatto che l’acqua è una risorsa limitata. Se in relazione al secondo problema è indubbiamente necessario avviare serie riflessioni sullo stress idrico che i nostri modelli di produzione e consumo esercitano sulla risorsa, riguardo alle diseguaglianze di accesso all’acqua è opportuno considerare come gli investimenti in infrastrutture idriche e sistemi fognari nei paesi in via di sviluppo sono spesso insufficienti, attestandosi mediamente intorno allo 0,5% del PIL. Si tratta di una percentuale irrisoria rispetto ad esempio alla voce di spesa relativa alla difesa, clamoroso esempio il Pakistan, in cui questa è di 47 volte più alta. A questi investimenti inconsistenti si aggiunge la pressione che dagli anni ’90 multinazionali e organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale esercitano sui governi affinché creino mercati dei servizi idrici liberalizzati e aperti ai privati. Sebbene la privatizzazione dei servizi idrici si sia sempre e immancabilmente accompagnata a incrementi di costo del servizio e iniquità nell’accesso alla risorsa con il conseguente impoverimento delle fasce più vulnerabili, questa continua essere uno dei punti a cui vengono condizionati i finanziamenti erogati da tali enti a paesi che si rivolgono a loro per ottenere assistenza finanziaria, in nome di una supposta efficienza che a lungo andare dovrebbe giovare a tutta la società.
A vent’anni dall’avvio di tale approccio non si sono ancora registrati rilevanti incrementi di efficienza, in compenso gli effetti sui più poveri sono stati devastanti. Parlando dei problemi legati all’acqua, ho omesso di trattare un punto tanto essenziale quanto intuitivo: sebbene risorsa limitata su cui da tempo si cerca di lucrare tagliando fuori dal suo utilizzo i più vulnerabili, l’acqua è un imprescindibile bene comune, una risorsa dell’umanità tutta. E come bene che appartiene a ognuno di noi, oltre al cogente diritto di utilizzo su di essa, abbiamo anche il dovere di preservarla e rispettarla per rispetto nostro, della Terra e di quella imperfetta, ottusa ma meravigliosa famiglia di cui facciamo parte: l’umanità.