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Parigi: una tragedia che unisce due mondi


Venerdì 13 Novembre è stato, almeno fino alle 21.30, un giorno lieto per la lotta al fondamentalismo islamico. Nella giornata le forze siriane coadiuvate da quelle russe hanno liberato la città di Al Hadar, il principale bastione nel Sud di Aleppo del Fronte al-Nursa, il gruppo di terroristi ramo di Al Qaeda in Siria. La portata strategica della conquista è enorme e potrebbe fungere da trampolino di lancio per nuove avanzate nella provincia di Aleppo. Un duro colpo per IS, un raggio di speranza per i suoi oppositori.

E poi Parigi.

Parigi, che a guardarla straziata ci fa sentire uniti in un’unica civiltà sotto attacco. Perché è questo il messaggio che da due giorni traspare dalle parole dei leader politici e dai media: siamo tutti uniti in questo dolore, tutti egualmente colpiti, attaccati nei nostri valori fondamentali e decisi a non cedere terreno a riguardo. Democrazia, libertà, convivenza pacifica e tolleranza non verranno messi in discussione in quello che sembra delinearsi sempre più chiaramente come uno scontro tra civiltà.

Proprio il tema dello scontro tra civiltà negli ultimi anni è diventato un’idea sempre più diffusa, sempre più angosciate. La guerra non si combatterebbe più in forza di ideologie contrapposte, ma per difendere i valori della civiltà a cui si appartiene. Da un lato l’occidente e dall’altro l’islam, non ci sarebbero più in ballo solo idee o interessi, ma quei valori fondanti che fanno di noi quello che siamo. Ci sarebbero in ballo la nostra identità e il nostro mondo.

Guardando alla storia del mondo arabo e alle dinamiche del conflitto in corso, tuttavia, emerge una storia diversa da quella che la retorica dello scontro tra civiltà e della minaccia ai valori dell’occidente tratteggiano.

Anzitutto, è necessario considerare che è impossibile essere in guerra col mondo islamico per il semplice fatto che, dalla morte di Maometto, il mondo islamico ha smesso di essere unito sotto una sola guida. Si è verificato un fitna, uno scisma, che ha frammentato l’islam in tutte quelle correnti oggi in guerra tra di loro nel tentativo di affermare la propria preponderanza sulle altre o almeno sopravvivere. Quella in corso, dunque, più che una guerra dell’islam è una guerra dentro l’islam, in cui noi non siamo protagonisti, ma attori marginali che interferiscono con il suo corso.

Nonostante la nostra marginalità nel conflitto, tuttavia, è impossibile non considerare l’impatto dell’ingerenza predatoria esercitata dall’occidente sugli equilibri della regione. Un’ingerenza che inizia a manifestarsi in seguito al tracollo dell’Impero Ottomano, quando, col vergognoso accordo Sykes-Picot, Francia e Gran Bretagna (col beneplacito della Russia) si spartirono letteralmente il Medio Oriente, disegnando a loro piacimento i confini di quegli stati che IS vuole unire sotto la bandiera del Califfato. Perché il suo obiettivo, più che la guerra all’occidente, è proprio la messa in discussione di quei confini disegnati nel 1915 da stranieri al fine di ricostituire quella che era la Mesopotamia.

Nel portare a termine questo intento, le forze del Califfato sono favorite dalla fragilità di quegli stati che proprio l’occidente ha creato e dal senso di infelicità e insoddisfazione ormai radicati nel mondo arabo che trovano origine dall’insoddisfazione verso governi corrotti e iniquità nella distribuzione delle risorse, dal passato di ingerenze predatorie e dall’indifferenza con cui è stata trattata la primavera araba, un sogno di libertà caldeggiato e nutrito dall’occidente, che non è stato in grado di sostenerla.

Sono proprio questa diffidenza, questo senso di abbandono e questa insoddisfazione a comporre quella che lo scrittore libanese Samir Kassir definiva “infelicità araba”, un senso di sconforto su cui IS sembra far leva per reclutare nuove forze. Un’infelicità araba che non si può abbandonare nel paese di origine, continuando a gravare anche su coloro che ormai da generazioni risiedono in occidente, alimentata dall’essere bollati come l’Altro per il fatto di essere islamici.

Ed è proprio in questi fattori che risiede l’appeal dell’IS sulla Umma islamica, un IS che si presenta come diverso in quanto scevro da interessi e ingerenze occidentali, antiglobalista, attento alla redistribuzione e alla giustizia sociale. Perché l’IS promette molto più di un paradiso pieno di vergini avvenenti: promette welfare, redistribuzione, possibilità di uscire da povertà e senso di esclusione. IS offre molto più della religione: offre progetti sociali concreti e ideali per cui combattere che trovano terreno fertile in quell’esclusione alimentata dalla paura del diverso.

Cadere nella faciloneria adesso significa cadere nella più pericolosa delle imboscate di un nemico che ci vuole divisi e rabbiosi, permettendo che i mandanti degli abomini cui abbiamo assistito strumentalizzino le loro vittime.

Avviandomi alla conclusione di questo pezzo, non posso fare a meno di notare che con la mia storia, i miei trattati e la mia analisi, ho tradito uno dei principali scopi del giornalismo: semplificare i fatti per renderli più comprensibili e facilmente comunicabili. Tuttavia, in una guerra in cui i cattivi di ieri sono i buoni di oggi e chissà cosa diventeranno domani, forse la semplificazione eccessiva è la lente più pericolosa attraverso cui guardare il mondo perché, contrariamente a quanto sembra, il conflitto in corso unisce, più che dividere, mondi diversi.