Quanto inquina la moda?

Come è possibile che un indumento costi meno di un panino? Come può un prodotto che deve essere seminato, cresciuto, raccolto, setacciato, filato, tagliato e cucito, lavorato, stampato, etichettato, impacchettato e trasportato costare un paio di euro? È impossibile. (Li Edelkoort, anticipatrice olandese di trend di moda e design, in “Anti-fashion: a Manifesto for the next decade”).   



QUANTO INQUINA LA MODA?
Secondo un report delle Nazioni Unite, l’industria della moda incide in maniera evidente sull’inquinamento globale: il settore tessile è al secondo posto subito dopo il settore energetico da fonti fossili.
Dalla fase di produzione dei vestiti a quella di smaltimento ci sono sprechi e inquinamento che è necessario combattere. La cosiddetta “fast fashion” produce fino a 52 micro stagioni in un anno: una alla settimana. Il costo è bassissimo per il consumatore, ma altissimo per il pianeta. È stato dimostrato il potere terapeutico dello shopping: l’eccitazione per l’acquisto di capi a pochi euro, usati qualche settimana e dimenticati presto nell’armadio. 
Uno spreco che non ci possiamo più permettere.

La Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite ha discusso durante una conferenza in Svizzera l’impatto dell’industria della moda sull’ambiente: questo è il settore da cui dipende il 20% dello spreco mondiale di acqua (non solo per la produzione in sé, ma anche inquinata dagli scarti di coloranti industriali pericolosi) e il 10% delle emissioni di anidride carbonica, per non parlare della produzione di più gas serra se consideriamo anche il trasporto delle merci. Le emissioni di anidride carbonica stimate sono di 1.200.000.000 di tonnellate all’anno: più dell’intero traffico aereo mondiale!

Inevitabilmente le coltivazioni di cotone crescono, comportando l’aumento di oltre il 35% dell’uso di insetticidi e pesticidi. C’è da considerare che l’85% dei vestiti finisce in discarica (ancora in buono stato) e solo l’1% viene riciclato. Un dato allarmante considerando che rispetto al 2000 il consumatore medio acquista il 60% di abiti in più.


La Ellen MacArthur Foundation, costituita nel 2010 per promuovere l’economia circolare, ha realizzato uno studio sull'impatto ambientale dell'abbigliamento in tutti i suoi aspetti. Sempre più persone sul pianeta indossano vestiti che hanno una durata di vita sempre più breve e sono prodotti in Asia o luoghi molto lontani dal consumatore, e questo richiede enormi quantità di energia anche solo per il trasporto. Ogni secondo che passa viene buttato via l'equivalente di un camion carico di vestiti, che finiscono in discarica o bruciati. La maggior parte degli indumenti più comuni sono oggi realizzati in sintetico, soprattutto poliestere, un composto della plastica che non si degrada dopo lo smaltimento: a ogni lavaggio questi prodotti rilasciano una grande quantità di minuscole fibre invisibili e indistruttibili che finiscono in mare.


Il cotone e altre fibre naturali a base di cellulosa vegetale si degradano, ma non per questo sono una scelta più ecologica se si considera l'intera filiera. La produzione del cotone, ad esempio, utilizza circa il 2,5% delle terre arabili del mondo e per la sua coltivazione sono necessarie enormi quantità di pesticidi, fertilizzanti e acqua. Inoltre, per essere lavorato richiede più energia delle fibre sintetiche. Infine le lavorazioni speciali, per i “tessuti tecnici”, come l'impermeabilizzazione, in molti casi implicano l'uso di sostanze fluoro-chimiche e sottoprodotti tossici. 
Secondo Richard Blackburn, dell'Università di Leeds (UK), allo stato attuale delle cose per impermeabilizzare un capo di abbigliamento sarebbe quasi meglio utilizzare derivati degli idrocarburi, addirittura meno inquinanti dei prodotti chimici.


VERSO IL CAMBIAMENTO
Se da un lato ognuno deve stare attenti nel momento dell’acquisto, dall’altro le Nazioni Unite hanno preso in mano la situazione stilando una lista di 17 obiettivi di sviluppo sostenibile, da realizzare entro il 2030 e migliorare enormemente la salute dell’ambiente. Tra questi obiettivi importantissimo è il diritto del consumatore ad essere informato e sensibilizzato sui problemi dello sviluppo sostenibile, sull’utilizzo di microfibre e microplastiche che finiscono in acqua e sugli agenti chimici impiegati nella produzione.

Non tutte le aziende pensano solo al profitto: sono molte quelle attente all’ambiente, che si sono impegnate per trovare soluzioni green alla portata del consumatore.


C&A, azienda leader nel "fashion retail" con oltre 1.900 negozi in 21 Paesi, progetta e realizza capi nel rispetto di persone, animali e ambiente. La sua linea di moda è prodotta da donne emancipate e persone che lavorano con dignità in ambienti sicuri. 
Oltre il 65% del proprio cotone è certificato come biologico o “better cotton” e le fibre di cellulosa artificiale provengono al 100% da foreste gestite eticamente, infine ha introdotto prodotti in nylon riciclato.
Con l’hashtag #WearTheChange vengono segnati i prodotti più sostenibili, tra cui quelli “cradle to cradle”, realizzato con materiali che si autorigenerano.  
L’azienda ha contribuito a numerosi progetti tra cui la salvaguardia delle tartarughe marine.


NUOVI PROGETTI GREEN

Gary Cass, ricercatore dell'Università di Perth (Australia), ha avuto la brillante idea di produrre tessili a partire dai residui di lavorazione di vino e birra. Alcuni esemplari di abiti alla birra sono stati presentati all'Expo di Milano, nel 2015: si trattava solo di prototipi molto fragili, ora migliorati con l’uso di una nuova materia prima, il cocco, e con l'aggiunta di un mix di cellulosa e acetobacter, ottenendo così una fibra simile al rayon più robusta.  

Interessante la ricerca di Bolt Threads per una "seta artificiale" più elastica e resistente all'acqua della seta naturale, utilizzando zucchero, acqua e lievito geneticamente modificato. Ci sono poi Qmilk, che produce fibre da proteine del latte; l'italiana Orange Fiber, che fa tessili dagli scarti degli agrumi e Wineleather il primo progetto che trasforma gli scarti del vino in pelle naturale.

Miroglio Textile, società nata ad Alba nel 1947, ha investito in nuove tecnologie, diventando pioniera della stampa digitale per tessuti, usando una tecnica innovativa che permette un risparmio del 50% di acqua e inchiostro.

Da non dimenticare Rifò, il progetto di Niccolò Cipriani (Prato), che punta al riciclo delle fibre tessili, per produrre nuovi capi interamente rigenerati, nell’ottica dell’economia circolare in contrasto con la sovrapproduzione e gli sprechi: viene prodotto solo ciò che sarà effettivamente venduto!




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