Terra: lasciamola vincere

Di Daniela Perazzo per redazione Post Spritzum

Ogni anno ha la propria lotta; lo scorso ci siamo indignati e non abbiamo acquistato i nostri biscotti preferiti finché la confezione non riportasse la tanto desiderata frase “senza olio di palma”. Forse non tutti hanno veramente capito se fosse pericoloso o meno per la nostra salute, se fosse davvero quella coltivazione la causa della deforestazione continua del poco polmone verde che rimane, ma in ogni caso abbiamo atteso che tutto il mercato si convertisse, schierandoci con forza dalla parte di tutte le palme. E abbiamo anche vinto, oserei dire. Fra le corsie del supermercato ogni prodotto dichiara a gran voce la sua estraneità dall’ingrediente più temuto dell’anno, e felici e vittoriosi abbiamo ripreso a mangiare altri tipi di olio, incuranti del loro impatto sull’ambiente e sul nostro organismo.

Abbiamo poi lasciato i palmeti e ci siamo tuffati nel mare, e lì abbiamo avvistato la nostra prossima sfida; sacchetti di plastica, vecchi spazzolini da denti, cotton fioc e bottigliette nuotavano insieme ai pesci, si adagiavano sui fondali accanto alle stelle marine e venivano trovati nella sabbia da piccoli cercatori di conchiglie. E tutto questo non ci è piaciuto, il pianeta necessitava di aiuto, del nostro intervento, per salvarlo dalla morte a cui noi stessi l’avevamo involontariamente condannato.


E quindi ci siamo adirati contro i sacchetti di plastica al supermercato, che sono stati sostituiti con surrogati biodegradabili, soggetti alla rottura come il mondo all’entropia, incapaci di trasportare bibite, prodotti pesanti o leggermente bagnati, incapaci di permetterci di raggiungere anche solo l’auto, ma rompendosi e sfaldandosi nel centro del parcheggio multipiano facendo rotolare mele e sughi per la pasta sotto ogni auto parcheggiata. Ci siamo indignati, perché erano pure a pagamento, compresi quelli per la frutta e per la verdura, che non solo non sono ideali per mantenere i prodotti freschi nel frigorifero, ma una volta annodati verranno smembrati e dilaniati, rendendoli assolutamente inutilizzabili due volte.
Abbiamo compreso il problema, abbiamo attuato una soluzione, non ci è sembrata congeniale e ci siamo solo lamentati. Sappiamo bene che al posto di comprare impalpabili buste della spesa potremmo ad un prezzo maggiore comprare borse super resistenti e a lungo tempo anche convenienti, ma quando lo facciamo la volta dopo le dimentichiamo inesorabilmente nel bagagliaio della macchina, accartocciate nello sgabuzzino o peggio ancora a casa di amici di amici da cui non le avremo mai più.

Il nostro peggior nemico siamo noi, che ci indigniamo davanti alle multinazionali, alla Nestlè oggi e ad H&M domani, a tutti quei marchi che sfornano ogni giorno tonnellate di rifiuti, di plastiche monouso, di vestiti in fibre sintetiche che ad ogni lavaggio si disperdono nei mari, giungendo in inusuali destinazioni: intestini di pesci, insetti nati in acque contaminate, ali di uccelli migratori che le rilasciano libere nell’aria ed infine in noi  - si esattamente dentro di noi! - , perché sono così piccole che le respiriamo, le mangiamo, le beviamo, tutto senza rendercene conto, minando così il nostro organismo con particelle nocive che, ironia della
sorte, abbiamo prodotto noi. Possiamo protestare, marciare sotto il sole anomalo frutto del surriscaldamento globale, sotto le piogge acide, fra le città inquinate con addosso la nostra mascherina anti polveri sottili; possiamo additare, nel modo in cui ci hanno insegnato a non fare fin da piccoli, i grandi nomi, le grandi industrie; dare la colpa a petroliere che si ribaltano se la gabbianella rimane bloccata e non riesce più a volare, ma io credo, che il colpevole non siano solo loro.
Ci adiriamo nel leggere che nel 2050 ci sarà più plastica che pesci nel mare, ma la bottiglietta d’acqua continuiamo ad acquistarla ogni giorno dal distributore
invece che riempila alla fontanella, gettiamo le lenti a contatto nel wc invece che preoccuparci del giusto modo di smaltirle e sentiamo lo stesso dolore della tartaruga quando guardiamo il video di come le viene estratta una cannuccia dal naso, ma con ogni mojito ne prendiamo sempre due nere.

Bisogna salvarlo, il pianeta; non distruggerlo nella speranza che quando imploderà noi saremo già tutti su Marte, perché non esiste un pianeta B, non esiste un incantesimo capace di far scomparire quelle fin troppo alte montagne di rifiuti e anche se le muffe mangia plastica domani cominciassero ad abbuffarsi non si risolverebbe ancora niente.
Questa è la nostra casa, popolata dai nostri amici e un domani dai nostri nipoti, a cui vorremmo regalare torte e maglioni troppo larghi, non depuratori e mascherine. Ognuno deve fare la sua parte, non basta alzare la voce, non basta scioperare il venerdì insieme a Greta, bisogna mettersi di impegno, smettere di riempire il bagno di minuscoli flaconi di shampoo-balsamo-bagnoschiuma-maschera viso/capelli/corpo, di gettare i mozziconi di sigaretta nei tombini, dal balcone, o un po’ più in là.

Se è contro la plastica la lotta di questo anno quando compriamo i biscotti senza olio di palma possiamo anche non scegliere quelli incartati uno a uno se poi in una colazione ne mangiamo tre. Se non abbiamo dovuto scendere noi in Indonesia per le palme, non vuol dire che anche qui si possa stare fermi ad aspettare che le aziende prendano posizione sul problema.
Questa è la nostra storia, e siamo tutti protagonisti.
Convenite con me che è più comodo cambiare abitudine che ritrovarsi a viaggiare su poltrone volanti come in wall-e?

La partita è aperta, noi contro la terra.
Vincere questa sfida significa perdere tutto quello che ancora ci lascia senza fiato: una cascata fra le montagne, una farfalla che svolazza spensierata su di un campo di margherite, una giraffa insoddisfatta che tende il collo verso foglie sempre più verdi.
Arrivare su una cima e vedere del verde o del blu e non del grigio o del nero.

Shake Your Mind!