Un concerto "STRAordinariamente ORDINARIO"

Una serata fredda e glaciale che si riscalda nel cocktail bar “Il Maglio" a ritmo dell’esibizione del giovane artista Alessandro D’Ambrosio. Ha recentemente pubblicato il suo primo EP, "STRAordinariamente ORDINARIO”, dal ritmo incalzante e dalle tematiche piuttosto forti. Si esibirà nuovamente il 5 gennaio al Pub Manhattan, accompagnato da una band con cui farà arrangiamenti più complessi delle sue canzoni.
Noi di Post Spritzum l’abbiamo incontrato, incuriositi dal suo disco e dalla sua personalità… Leggete perché si tratta di un'intervista molto interessante!




Raccontaci come nasce la tua passione per la musica e se si tratta del tuo lavoro o di un hobby che coltivi da sempre.

Tutto nasce da quando ho ascoltato "Supercafone" di Piotta: avrò avuto 6/7 anni e la sapevo tutta a memoria. Dopodiché, più che in quel momento lì, la passione è venuta dopo scrivendo, infatti ho iniziato come rapper. Tutto ciò ti potrà sembrare strano, ma mi è servito per la metrica e molte altre tecniche che utilizzo tuttora.

Com’è nata l’idea di comporre un album?

In realtà, prima di diventare solista ho fatto parte di due gruppi: nel primo facevo il rapper, nel secondo il batterista, quindi non so come sia finito a comporre questo album. Non è stata un’idea precisa perché si tratta di pezzi che raccolgono cinque anni della mia vita, dunque sono canzoni che non hanno filo logico fra di loro.
Molto probabilmente la scelta di diventare solista è dovuta alla mia passione per il cantautorato, in primis Rino Gaetano. Oggi il tipico cantautorato pop è andato perso, ma per fortuna si ritrova nella World Music, in particolare Mannarino. Al giorno d’oggi, in ambito musicale c’è molta democrazia grazie ai social, quindi possiamo seguire determinati artisti e un certo panorama musicale. Si tratta di una grande opportunità per uno che è cresciuto con ciò che ti propinavano MTV e la radio.

Come mai hai deciso di chiamare l’album “STRAordinariamente ORDINARIO”?

Essenzialmente mi sono reso conto che non ho inventato nulla, ma nel frattempo il mio EP è originale perché racconta me stesso nelle tematiche; è qualcosa di ordinario e straordinario allo stesso tempo. È un album alla portata di tutti e che non si riesce a collocare: ci sono tanti generi, non c’è una certa omogeneità. È spiazzante, ma credo che sia il mio punto di forza in un mercato che tende a categorizzare tutti i generi musicali.



Scrivi, componi e suoni: spiega a noi poveretti come fai a creare le basi musicali.

In realtà io non so né cantare né suonare: non ho fatto scuole, un po’ anche appositamente, e mi definirei un"autodidatta estremista”. L’unica eccezione è la batteria, che è stata anche la mia unica esperienza davanti allo spartito. La chitarra invece l’ho sempre suonata, anche quando facevo rap… Ero già strano all’epoca!
Di fatto scrivo e compongo da sempre, la cosa di cui sentivo la mancanza nel rap era la parte musicale, tutta la creativa che c’è dietro. Cercavo una band ma non ho trovato nessuno, quindi ho dovuto creare tutto da solo con un grosso dispendio di energie, cominciando a registrare canzoni con chitarra e voce.

Lo strumento che ti diverte di più suonare? Chitarra, batteria, riferendomi a quelli citati precedentemente?

Il flauto traverso, il campanello di casa (ride). Credo la chitarra, ma più perché penso che sia lo strumento più espressivo, nonostante non sappia suonarla in maniera tecnica. Come ho detto prima, non ho frequentato nessuna scuola di musica proprio perché penso che dia poco spazio alla creatività e categorizzi i generi. Secondo me, la musica è un modo di esprimere il tuo sentire interiorenon può comprendere un genere solo.




Come mai hai scelto "Il solo Re" come primo singolo?

In termini meramente commerciali, ti direi che è quello più orecchiabile, anche se contiene un messaggio molto forte dietro ad una canzone di per sé molto leggera.

Il testo in effetti è molto forte, quindi ti faccio questa domanda: per te c’è speranza di trovare un re onesto per l’Italia o se esistesse sarebbero gli italiani a non distinguerlo nel panorama politico?

Posso leggerti una frase? Devi indovinare chi l'ha pronunciata.

Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l’illusione di essere sovrano, mentre la vera effettiva sovranità sta in altre forze talora irresponsabili e segrete. La democrazia è un regime senza re ma con moltissimi re talora più esclusivi, tirannici e rovinosi che un solo re che sia tiranno.

Dopo diversi tentativi, azzardo con il rivoluzionario Che Guevara, ma il giovane musicista mi corregge prontamente, dicendomi che l'ha pronunciata Benito Mussolini, un personaggio che, vista la portata della frase, non ti aspetteresti mai. 
Il commento che fa Alessandro riguardo questa citazione è molto interessante: spiega come tutto ciò faccia riflettere sulla mancanza totale di democrazia in qualsiasi tipo di struttura politica perché ci sono tanti re e non c’è "Il solo Re", che dovrebbe essere il popolo. Precisa che non si tratta propriamente di un re che faccia da guida, ma proprio di dare importanza e potere al popolo. Anche "Anna Vive" parla di questo, di una ragazza che vive in un futuro in cui realmente è libera.




A proposito di "Anna Vive", si tratta di un nome casuale o di uno pseudonimo?

Parlo di Anna che scrive un diario, collegabile ad un’altra Anna che scrive un diario in un altro periodo storico: Anna Frank. La libertà a quel tempo era l’ultimo delle concezioni di vita umana…È un messaggio ben più profondo di un semplice ritornello, è una condanna all'informazione, ai media.

Allora commentaci bene il verso “Anna studia la tv, oggi non esiste più, da quando l’informazione è la libera espressione”.

Ormai tutto ruota attorno alla TV: i social, le notizie. Spero ci sia un futuro in cui le persone, studiando e informandosi, siano in grado di avere un minimo di spirito critico. Non voglio fare l’intellettuale di turno, ma semplicemente porre i riflettori su un’informazione che al giorno d’oggi non si può definire tale. L’informazione in Italia non è libera, è data in mano a personaggi che mandano avanti la nazione come vogliono. 
 Anche per quanto riguarda il venire ad ascoltarmi, non voglio imporlo a nessuno, ma piuttosto lasciare libero giudizio. Voglio che sia il palco a dire chi sono e non io. Anche nell’immagine di copertina del mio album non compare la mia faccia: oggi gira tutto attorno alle star, all’immagine che dai e la musica passa in secondo piano. È tutto un mercato, un comprare e vendere.




"Nell’Ora di Pranzo": anche questa canzone è molto provocatoria. Come si collega il testo al titolo?

Qui ti cado davvero tanto perché l’ho scritta proprio nell’ora di pranzo, nei pensieri da post parmigiana (ride). Tre strofe scritte di getto, infatti l’ho registrata al telefono all’ora di pranzo, poco prima di partecipare ad un concorso. Ho scelto questo titolo perché “noi lo facciamo meglio” era già di Madonna, quindi ho pensato ad un momento tipico italiano, come il pranzo di famiglia, in cui tutti quanti sparano sentenze populiste e poi si esce, si va a lavorare e nessuno fa niente. Nasce per un motivo banale ma non più tale se pensi a ciò che c’è dietro.  




Parlaci di "Johnny"

"Johnny" è la prima canzone che ho composto: è una biografia, quella di Johnny Cash, che è spiegata molto bene nel film “L’amore brucia l’anima”, che racconta gli eventi cardine della personalità di questo uomo dalla vita molto travagliata. Dal punto di vista delle inquietudini ho trovato dei punti in comune, specie nel padre quando gli dice che la musica non è niente, di non coltivare sogni ma il cotone, perché renderà necessariamente di più.  
Questo è un po’ il messaggio che ho ricevuto per tutta la vita: non dico di esser stato scoraggiato ad inseguire il mondo della musica, ma sono molte le persone che ti dicono che i sogni sono solo tali e non vanno inseguiti. Ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace e non mi interessa diventare famoso o guadagnare con la musica: la considero proprio come un’arte, come una passione che richiede tempo. Ho dedicato anche una canzone ad una ragazza, ma è rimasta lì e non ho mai pensato di renderla pubblica e registrarla: ci sono canzoni che hanno solo le persone a cui le ho dedicate. La musica funziona se porta un messaggio.


      


È il ragionamento che fanno i giovani oggi, cioè che è più importante guadagnare piuttosto che coltivare i propri sogni?

Consigli non ne darei però posso darti un’opinione. C’è qualcosa di triste che non è né merito né colpa dei giovani, ma è colpa di un sistema che ti sputa fuori dalla scuola e ti impone di dover sempre ambire ad essere il meglio e probabilmente a quello che non sei. Questa è una situazione che affligge la nostra società e in particolar modo i giovani: nasciamo in un contesto in cui qualsiasi cosa è portata all’estremo e tutto viene ostentato. Si dà attenzione mediatica a tutti i problemi quotidiani, ci si espone senza motivo, dunque società diventa più cattiva. Direi ai giovani di vivere di più nella vita concreta, di avere degli interessi, ad esempio la musica suonata è davvero poco sviluppata.




Cosa mi dici di "Bloos" e della frase “sei nato da due secondi e ti hanno già fatto piangere”?

È una delle più poetiche, forse perché ha quattro frasi. La canzone nasce con “non c'è bisogno di ridere quando pensi che credi di poter scegliere ma poi così non è”. In realtà l’ho fatto diventare l’esatto opposto, cioè “c’è bisogno di ridere”. È un mio pensiero ed è una consapevolezza che acquisisci non appena raggiungi l’età della ragione. È catastrofica come frase, ma nella sua tristezza la trovo molto vera e coerente rispetto a quella che è la vita di tante persone. Tutto si fonda sul “c’è bisogno di ridere” e lo swing della canzone aiuta a far percepire questo messaggio. C’è bisogno di ballare, un po’ come la taranta: balli per scacciare il male e la sofferenza.
Anche il titolo di questa canzone nasce un po' da un gioco: richiama il Blues (blu), ma nel frattempo Bloos significa "arrossire" in olandese.




"Potrai": canzone sentimentale e romantica. L’hai messa alla fine dell’album per attenuare un po’ i temi precedenti?

"Potrai" racconta la fine di una storia d’amore. Si tratta di una canzone che ho scritto in due momenti diversi: le prima strofa è fresca di avvenimento, quindi c’è molta rabbia; la seconda l’ho scritta un anno dopo, il tempo di dire:”Okay, ho superato la cosa”. Al momento non ho più visto né sentito questa ragazza, ma ovviamente dovessi rivederla non potrei che augurarle il bene… All’epoca un po’ meno, ma credo sia normale (ride)! In ogni caso, riascoltandola poteva risultare una bella canzone e ho provato a registrarla.  Inserirla come ultima track per me è significativo: è vero che non si collega molto alle tematiche precedenti, ma chiude un cerchio, era un modo per finire quella storia. È forse una delle poche canzoni in cui sono me stesso in prima persona perché non amo espormi completamente.




Cosa ti aspettavi da questo concerto e com’è andata poi effettivamente?

Ero molto agitato perché non ho mai suonato veramente da solo, quindi era tutto sulle mie spalle. Le aspettative erano più su me stesso, impaurito e abbastanza nervoso.
Una volta salito sul palco, ciò che devi pensare è che quelle persone sono lì per trascorrere una serata di svago, perché non sei di fronte a un comizio di un giudice, politico o filosofo, sicché il tuo ruolo sta sempre a metà tra uno che si impegna per dare messaggi e il giullare di corte, il che è molto interessante. Non hai bisogno del consenso del pubblico, non stai cercando voti, né hai interesse a pensare che quelle persone debbano per forza seguirti. Questa è per me la vera libertà di espressione. D’altra parte non sarò mai preso troppo sul serio, perché in fondo ciò che faccio non sposta nessun equilibrio; di fatto sto suonando soltanto delle canzoni!




L'intervista è terminata, ma non gli appuntamenti con Alessandro D'Ambrosio! Seguitelo sulla sua pagina Facebook  e andate ad ascoltarlo il 5 gennaio al pub Manhattan di Torino, in via Giachino 46. 

Shake Your Mind!

Fonti:
- pagina Facebook di Alessandro D'Ambrosio 
- Elena massa (fotografie)