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Anatre in lutto

Cosa siamo?
Esseri umani. Animali fondamentalmente. Eppure, anche qualcosa in più. Forse.
Quanto di più?
Cosa ci distingue dagli altri animali?

Il tentativo di trovare le differenze tra noi e gli altri animali può risultare in una ricerca un po’ “di parte” perché, nel studiare loro, gli animali, a volte si è tentati di trasferire emozioni e comportamenti propriamente umani direttamente nel loro mondo, senza tenere conto del contesto e dei meccanismi che portano realmente a quei comportamenti che noi poi interpretiamo come determinati dalle loro presunte emozioni.

Ben consapevole di queste tentazioni, il paradigma comportamentista sostiene che è possibile studiare con rigore solo il comportamento degli animali, non la loro vita interiore.

D’altra parte, in un articolo di Barbara J. King pubblicato nel 2013 su LeScienze, si legge che recenti osservazioni fanno sempre più pensare che, a volte, alcuni animali possono, a seconda delle circostanze e delle loro personalità individuali, provare dolore per la morte di un parente o di un loro amico.
Vi sono diversi esempi tra cetacei, grandi scimmie, elefanti e moltissime altre specie, inclusi gli animali di allevamento e di compagnia.

Se ciò fosse vero, allora le radici della nostra capacità di soffrire per lutto sarebbero alquanto profonde.

La difficoltà del provarlo sta nel riuscire a individuare e distinguere questi comportamenti dettati dal dolore per lutto da altri guidati da tutt’altri motivi.
Prendiamo ad esempio il caso degli scimpanzé: vi sono diverse osservazioni che riportano di madri che si portano i figlioletti morti appresso per diversi giorni dopo il decesso di questi. Ma per il resto non modificano il loro comportamento e non dimostrano segni evidenti di dolore. È come se non capissero che il loro figlioletto è morto, e quindi se lo portano dietro “per abitudine”. In tal caso il loro comportamento non risponde ai criteri che indicano il lutto.

Da qui la necessità di avere una definizione operativa che permetta di rendere conto dei segni del lutto nel mondo animale, spiega la King, una definizione che permetta ai ricercatori di distinguerla dalle altre emozioni.

Un primo tentativo in questo verso sta nello stabilire alcune condizioni:

1) Due (o più) animali scelgono di trascorrere del tempo insieme al di là di quanto richiesto da comportamenti di sopravvivenza (quali la ricerca del cibo e l’accoppiamento);

2) Quando uno di essi muore, il sopravvissuto altera la propria routine (ad esempio riducendo il tempo dedicato a nutrirsi e a dormire, adottando posture o atteggiamenti facciali indicativi di depressione, e più in generale, stando poco bene).

C’è da dire che questa definizione è ancora imperfetta, ma è un inizio per progredire nella capacità di valutare criticamente le reazioni degli animali alla morte di altri individui.

Sono stati registrati diversi casi che rispondono alla definizione precedente, in specie diverse.



Un caso esemplare, riportato da Barbara J. King e svoltosi presso il Farm Sanctuary di Watkins Glen, un rifugio per più di 500 animali da fattoria salvati , è il seguente:
(per maggiori informazioni sulla riserva: http://www.farmsanctuary.org/the-sanctuaries/watkins-glen-ny/)

“ …
Di tutti i casi di lutto animale che ho registrato, il più sorprendente è avvenuto in una riserva naturale.
Nel 2006 arrivarono al Farm Sanctuary di Watkins Glen, nello stato di New York, tre anatre mulard. Soffrivano di lipidosi epatica, una malattia del fegato dovuta alla nutrizione forzata cui erano stati sottoposte per la produzione di fois gras.
Due dei volatili salvati, Kohl e Harper, erano in cattivo stato, fisicamente ed emotivamente. Entrambi assai impauriti dagli esseri umani, Kohl aveva le zampe deformi e Harper era cieco ad un occhio.
I due strinsero una forte amicizia che fu di reciproco sostegno e durò per quattro anni. Le anatre sono animali sociali, ma anche così l’intensità del loro legame era insolita.

Quando i dolori alle gambe si intensificarono al punto da non permettergli più di camminare, Kohl fu sottoposto a eutanasia. Ad Harper fu consentito di guardare la procedura e di avvicinarsi poi al corpo dell’amico.

-) Dopo averlo sospinto, Harper si accovacciò e posò il capo e il collo sul collo di Kohl, rimanendo fermo nella stessa posizione per alcune ore.
-) Harper, in realtà, non si riprese più dalla perdita. Un giorno dopo l’altro respinse l’amicizia potenziale di altre anatre, preferendo rimanere nei pressi di un piccolo stagno che frequentava con Kohl.
-) Due mesi dopo morì anche lui.

Leggendo questo resoconto non posso fare a meno che chiedermi … cosa siamo? Cosa ci distingue dagli altri animali?
L’indagine è aperta…