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Progetto Prakash: Vedere e Capire le prime luci

“Immagina un uomo nato cieco, che ora sia diventato adulto, e che abbia imparato a distinguere un cubo ed una sfera dello stesso metallo mediante il tatto … Immagina poi che il cubo e la sfera siano collocati su un tavolo, e che all’uomo un tempo cieco sia concesso di vedere: domandati se mediante la vista, prima che l’uomo li tocchi, possa ora distinguerli e dire quale sia la sfera e quale il cubo? “
- 1688, quesito posto da William Molyneux, scienziato irlandese, a John Locke, filosofo britannico.
 
Le implicazioni di questa domanda sono notevoli e sottendono altre domande di una certa importanza:
I vari sensi, come operano? E come interagiscono tra loro e con il cervello?
Il nostro cervello è in grado di percepire e interpretare il mondo esterno a priori, o necessita dell’esperienza tramite i sensi?
Tale esperienza può essere acquisita in un qualsiasi periodo della nostra vita oppure solo in un preciso periodo (ad esempio, solo entro una certa età)?

Un modo nobile di investigare su questi argomenti è quello utilizzato dal progetto Prakash.
Il fondatore è Pawan Sinha, professore di visione e neuroscienze computazionali al Massachusetts Institute of Technology. Il progetto opera in India su due fronti, quello umanitario e quello della ricerca scientifica.
Prakash in sanscrito significa luce. Il progetto si propone appunto di portare luce su entrambi i fronti.

La componente umanitaria del progetto si occupa di agire sulle cecità curabili in India, dove vi è una delle più numerose popolazioni di bambini ciechi del mondo, circa 400.000 secondo le stime. In quasi il 40% di questi casi la cecità poteva essere curata o prevenuta.
Le cause di tali numeri vanno ricercate nella povertà, nell’inadeguatezza delle cure ricevute e, talvolta, nell’ignoranza e nei credi popolari, che ancora portano la gente a rifiutare l’aiuto medico. Si tenga inoltre presente che quasi il 70% della popolazione vive in villaggi lontani dalle grandi città in cui vi sono gli ospedali.
Attraverso selezioni, accertamenti e interventi, gli operatori del progetto Prakash si occupano di ridonare la vista ai bambini, e talvolta anche giovani, affetti da problemi visivi (errori di rifrazione), infezioni oculari, cecità curabili (derivanti principalmente da cataratte congenite e danni corneali da ferite).
La componente scientifica è complementare a quella umanitaria, nel senso che, durante il periodo di riabilitazione e di istruzione che segue all’intervento, viene studiato come il soggetto impara a vedere e a rielaborare il mondo in cui si trova tramite test specifici.



La maggior parte degli studi sullo sviluppo della vista coinvolge bambini fino ai sette anni circa, perché sembra che dopo tale periodo critico la vista non subisca sostanziali sviluppi.
Coinvolgere bambini così piccoli dà però dei problemi, che sono legati in parte alla loro limitata capacità di comprensione e di comunicazione, e in parte al fatto che durante la crescita possono verificarsi cambiamenti simultanei in alcuni sottosistemi cerebrali collegati ma distinti.
Il progetto Prakash ha invece a disposizione anche soggetti più maturi (anche oltre i vent’anni), in cui gran parte dello sviluppo cerebrale è già avvenuto, e con migliori capacità di comprensione e di comunicazione.

Nel seguente video il fondatore Pawan Sinha spiega brevemente di cosa si occupa il progetto, riportando qualche esempio reale:



Nell’indagare come il cervello elabora le immagini in un qualsiasi modo che abbia significato si parla di organizzazione.
Si distingue tra:
-) organizzazione intramodale: i vari pezzi di un’immagine devono aderire tra loro formando oggetti distinti;
-) organizzazione intermodale: l’interazione della visione con gli altri sensi.
E l’esperienza sembra giocare un ruolo fondamentale per entrambe.
Infatti, i pazienti che riacquistano la vista, nei primi mesi dopo l’intervento, sono soggetti ad una frammentazione visiva: non sono in grado di organizzare le numerose aree di colore e luminosità diverse in strutture più grandi;
il che rende difficile percepire interi oggetti.
Allo stesso modo, anche l’identificazione visiva di oggetti percepiti in un primo momento solo attraverso il tatto non è immediata.
Ma in un arco di tempo che va da qualche settimana a qualche mese e con l’esercizio e l’esposizione al mondo esterno, l’abilità dei soggetti aumenta, suggerendo quindi una certa plasticità del cervello.
In conclusione, gli studi condotti suggeriscono che molti anni di cecità congenita non precludono lo sviluppo di sofisticate abilità visive in età relativamente avanzata.
D’altra parte, purtroppo, altri aspetti chiave della visione sono compromessi da una deprivazione prolungata, ad esempio l’acuità e il contrasto spaziale.
C’è quindi la speranza di ottenere una discreta possibilità di vedere anche per soggetti giovani e non più giovanissimi. La scintilla è scattata e la fiaccola accesa; non resta che portare luce nel mondo.
Per approfondire si veda la sezione “pubblicazioni” sul sito del Progetto Prakash:
www.projectprakash.org