Riflessioni attorno al Giro d'Italia

È il 24 agosto 1908 quando la Gazzetta dello Sport formalizza con un annuncio la nascita del Giro d’Italia, che partirà ufficialmente da Milano il 13 maggio 1909 con la promessa di 25000 lire in premio al vincitore. 
Per contestualizzare questo periodo, pensiamo che Gino Bartali e Fausto Coppi non erano ancora nati, che veniva pubblicato il Manifesto dei futuristi e che il Titanic era ancora in fase di costruzione. Il calcio era lontano dall’evento sportivo che abbiamo in mente oggi e gli allora 33 milioni di italiani si intrattenevano seguendo la scherma, il pugilato, il canottaggio e il ciclismo.

È proprio da qui che si sviluppa il mito del Giro d’Italia e con esso lo spirito di unione ed esultanza che tuttora rende i piccoli paesini dello stivale entusiasti di questa manifestazione. Festoni, scritte e tifo spietato per celebrare il passaggio di grandi campioni in cittadine che normalmente non sono sotto i riflettori, ma non per questo poco degne di nota. Insomma, possiamo dire che questa competizione associa il famoso detto “lo sport unisce” al paesaggio italiano, sempre in grado di stupirci con i suoi colori e con la sua peculiarità.




Il Giro d’Italia può quindi essere considerato come un’esperienza mistica, fra realtà e leggenda. Roland Barthes in “Miti d’oggi” parla de “Il Tour de France come epopea”. Il suo studio, come si intuisce dal titolo, è basato sul Tour de France, ma possiamo applicare queste sue osservazioni anche alla manifestazione italiana. La sua è un’analisi associa il ciclismo alla teologia, riferendosi alla moltitudine di passioni e avvenimenti che rendono le grandi competizioni di ciclismo uniche e speciali.
Il concetto principale è che “l’uomo è naturalizzato e la Natura umanizzata”. Le salite diventano un ostacolo maligno da superare, delle percentuali aspre e mortali che incarnano dei veri e propri nemici. La Natura non è più un “oggetto”, ma è “sostanza”, nonché un ambiente animato che il corridore deve saper interpretare.  Il ciclista si tuffa, vola, aderisce ed è il suolo che in qualche modo lo definisce. 




A subire maggiormente questa personificazione sono i passi montani, sentiti come degli oggetti da attraversare, come un inferno in grado di sancire la salvezza del ciclista. Qui Barthes paragona gli eroi del ciclismo ai guerrieri dell’Iliade di Omero: tra i corridori dei monti si ripete lo stesso duello atavico che ci fu tra Ettore e Achille, ma soltanto chi arriva alla cima più difficile è Ettore o Achille. Questi passaggi, definiti “inumani”, possono essere affrontati dal ciclista soltanto attraverso vie semi-reali, che Barthes definisce come la forma e lo scatto. La prima strada è un mix fra qualità dei muscoli, intuito e grande volontà del carattere; la seconda è un impulso elettrico e sovrannaturale, come se ci fosse un Dio a spingere il ciclista e ad aiutarlo dall'alto. C’è però una terribile inclinazione dello scatto, la cosiddetta “bomba”: lo sportivo che si droga è un atto di blasfemia perché è come se si sostituisse a Dio e non avesse il privilegio di ricevere questa particolare scintilla. 




Oltre a queste due vie, cosa rende eroica e leggendaria un’impresa? Bisogna considerare che la dinamica delle competizioni ciclistiche di alto livello è essa stessa una storia, che si presenta essenzialmente sottoforma di quattro movimenti: tirare, seguire, fuggire, accasciarsi. Tirare è l’atto più duro ma anche più inutile, in quanto significa sacrificarsi, mettere in risalto un carattere forte, piuttosto che un gesto che assicura il risultato. Possiamo definirlo come un atto di eroismo puro. Al contrario, seguire fa parte del male, è un atto vile e sleale, eccessivo e provocante e che porta a una sorta di inutile onore. Infine, l’accasciamento è prefigurazione dell’abbandono ed è orrendo quasi come una sconfitta. 
Questi quattro momenti sono i più drammatizzati, ma sono anche quelli che lasciano il nome alla tappa come al capitolo di un romanzo. Lo spettacolo nasce dallo scuotimento di questi rapporti umani, che oscillano fra leggenda e realtà, fra il fine e i mezzi, fra la realtà del male e la sua necessità. Per gli spettatori è come se si seguisse una storia nella storia: gli sportivi si scontrano l'uno con l'altro, ma nel frattempo sono tutti protagonisti di una più amplia narrazione che vede loro contro il paesaggio, un nemico stupefacente quanto ingannevole.

Shake Your Mind!

Fonti (testo):
-ilpost.it
-Roland Barthes, Miti d'oggi

Immagini (all'interno del testo e copertina):
-@biiioly