Alle basi della sopravvivenza in compagnia di una popolazione nomade

di Stefano Rolfo

Ci sono luoghi di cui si è a conoscenza, del quale sappiamo a grandi linee la storia ma non possiamo immaginare usanze e stili di vita in luoghi così remoti, dati per scontato.
A una ventina di minuti di moto in direzione del Sahara, nell'angolo sud est del Marocco, ci si ritrova immersi in un’oasi racchiusa entro una catena montuosa che separa le ultime aree di civilizzazione prima dell’inizio dell’immensità.


Vicino Tagounite, nella regione di Zagora, si apre un’area ricolma di palme di cocco che va a perdersi nell’orizzonte fino alle montagne che delimitano il gran deserto.
In un territorio ostile all’essere umano, dove si raggiungono facilmente picchi di 45-50 gradi, un nomade Barbaro decise negli anni ’80 di stanziare erigendo un’abitazione fatta di terra.
Il padre di Hassan costruì la sua casa e così fecero altri nomadi al suo seguito. Venne formato un villaggio di terracotta con risorse idriche a disposizione.
Diverse strutture costruite con mattoni di sabbia, acqua ed escrementi di capra sono sparse nei dintorni dell’oasi. Alcune edificazioni raggiungono quasi due piani di altezza.


La situazione è difficile.
Poche volte l’anno piove, ma quando accade tutto cambia. Arbusti, piante ed erba fioriscono all’improvviso.
Tutte le strutture sono abbandonate.
Siamo in un villaggio fantasma.
Negli ultimi decenni sono arrivati i cinesi. Hanno iniziato la costruzione di una diga e da tempo hanno prosciugato ogni possibilità acquifera nell'area.
Ognuno è dotato di piscine sotterranee cementificate. Hassan possiede però solamente un pozzo d’acqua non potabile, utilizzabile per la cucina ed il bagno, che si effettua con l’utilizzo di secchi d’acqua.
Di tanto in tanto andiamo dalle altre uniche persone rimaste a vivere in condizioni così astiose all’uomo. Alcuni posseggono pozzi d’acqua potabile che viene elargita agli altri unici abitanti del villaggio dimenticato. Ogni tre mesi qualsiasi risorsa d’acqua viene rifornita.
La pioggia negli anni ha danneggiato le varie costruzioni facendo cadere i diversi piani l’uno sull’altro.
Io, la mia ragazza e due olandesi arrivati la stessa nostra sera, siamo entrati in contatto con Hassan tramite Workaway, una piattaforma online che mette a disposizione lavori con autoctoni in qualsiasi area del mondo in cambio di vitto, alloggio e condivisione di vita tra culture differenti. Solitamente si lavorano quattro, cinque ore al giorno. Qui, nel deserto, due, massimo tre.
Inchallah”, ci viene ripetuto.
“Se Allah vuole”.
Ci sarà tempo per far tutto.
Non ora, magari fra un po’; facciamoci una tazza di tè.


Con la carriola trasportiamo sabbia che zappiamo e raccogliamo da un cumulo messo da parte.
La poniamo al lato della pozza d’acqua mischiata insieme alle feci zappate la prima mattina, contenute in un bacino nel mezzo del cortile, con la terra a farne da argini.

Dopo l’ondata di calore del primo pomeriggio si esplorano le varie case abbandonate. Scaliamo i gradini meno pericolanti e giungiamo ai piani superiori, arrampicandoci poi sulle parti ancora sorrette sul terrazzo da dei pilasti di terra.
Mi arrampico sulla torretta dotata di un rialzo al di sopra degli altri terrazzamenti. Circondati ovunque da palme e superfici aride ammiro in lontananza il paesaggio nell'immobilità del silenzio di un luogo perso nel tempo.


Ad ogni tardo pomeriggio il sole è coperto da una foschia perenne. La sabbia si innalza filtrando la luce solare in maniera differente.
Le palme grattano la coltre grigiastra che sovrasta il panorama.
Il silenzio riempie l’aria.
Il tempo assume una forma diversa e tutto scivola via dalla mente.
Forse è per questo che certe tradizioni e costumi, seppur in condizioni micidiali, vengono portate avanti. Una vita semplice e il disinteresse di guardare l’orologio fa si che tutto il superfluo perda importanza e solo le cose più vere ed essenziali emergano.


Shake Your Mind!