Coto in cerca di speranza

Di Stefano Rolfo per redazione Post Spritzum

In viaggio per un progetto umanitario che prenderà forma nei prossimi mesi, stavo suonando su una panchina di Marsiglia quando un ragazzo di colore si è seduto al mio fianco. Si è complimentato per quel che stavo suonando, una mia canzone, e abbiamo intrapreso una conversazione. Souleymane viene dalla Guinea e parla un italiano perfetto in quanto ha vissuto a Cesenatico per qualche tempo.
Parliamo e condividiamo fratellanza, quando ci ritroviamo a trascorrere tutta la giornata insieme. Mi porta nella palazzina abbandonata dove con un'altra cinquantina di africani vive. 
Sono l'unico bianco nel quartiere. Ognuno di loro mi sorride e abbraccia senza conoscermi. Quasi tutti loro dall'età di 16-17 anni hanno lasciato casa per intraprendere un viaggio che li ha portati, tra stenti e momenti lugubri, a vivere e dormire per strada. Cantiamo insieme e improvvisando vengono pronunciate parole cariche di malinconia. Tutte le loro emozioni più vere vengono fuori. I volti colmi di amore delle madri sono un ricordo remoto di una vita passata che hanno dovuto lasciare alle spalle per puntare ad un futuro migliore. Perché tutti ne abbiamo il diritto, specialmente chi per secoli ha subito ingiustizie e, ancora oggi, nell'ignoranza generale si ritrova succube di un mondo colmo di rancore verso lo straniero. Poi ci sono le frasi di speranza. Perché: <<La vita non è facile. Ma con la testa alta ed il cuore in mano arriveranno momenti migliori>>


Mi hanno iniziato a chiamare ‘Coto’, fratello nella lingua tribale Foula.
È una lingua parlata in un’ampia porzione dell’Africa occidentale.
<<Indipendentemente dallo stato, Foula, Olof e altre lingue sono parlate da tutte le tribù. Le divisioni della nostra terra sono state effettuate dai bianchi. Per noi siamo tutti uniti, tutti fratelli. Anche voi bianchi siete Coto, ma la divisione in razze e privilegiati ha cambiato tutto per il nostro mondo>>, dice Amadou dal Gambia.
<<Le nostre lingue non sono scritte, altrimenti ci verrebbero tolte pure quelle… >>, continua.

Abbiamo dormito e condiviso la vita per poco più di 48 ore.
Abbiamo cucinato, mangiato la pasta e piatti africani. Gli ho insegnato le basi del nuoto, facendoli entrare in mare per la prima volta nella loro vita, terrorizzati ricordando il barcone che dalla Libia li ha portati a Lampedusa. Hanno compreso che in fondo anche il mare può essere un amico.


Il nostro saluto è stato sofferto da entrambe le parti. Abbracci e parole calorose rimangono impressi nel cuore di ognuno di noi, coesi e pronti a tendere la mano per un fratello.

Quando vedete un africano, pensate a tutte queste parole e a cosa una persona ha dovuto affrontare prima di giudicare e ricadere nell’ignoranza.


#ShakeYourMind!