Una strada, un senso di umanità da condividere con uno sconosciuto

Di Stefano Rolfo per redazione Post Spritzum

“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel trovare nuovi territori,
ma nel possedere altri occhi,
vedere l'universo attraverso gli occhi di un altro, di centinaia d'altri:
di osservare il centinaio di universi che ciascuno di loro osserva,
che ciascuno di loro è.”


Così scriveva Proust riguardo ciò che avviene quando ci si slancia alla scoperta del mondo, della sua infinita bellezza osservabile negli sguardi e nei gesti pur non condividendo lo stesso linguaggio verbale.

Durante la primavera 2016, già senza alcuna connessione con il mondo tecnologico, con le carte bancomat appena mangiate da sportelli affamati, l’unico modo che avevo di proseguire il mio viaggio esplorativo era fare l’autostop in un paese dove tale usanza non è compresa dagli abitanti locali.
Sulle strade polverose della Cambogia mi ritrovavo a sostare per diversi periodi sul ciglio del mondo che scorre con una lentezza inverosimile. Fiancheggiando bancarelle con nonne venditrici di qualsiasi bene, bambini scalzi che giocano con costruzioni di legno e polli che silenziosamente zampettano tra case, marciapiedi e motorini, puntavo il pollice all’insù nella speranza che qualcuno mi mostrasse il suo mondo.


Sulla strada ci si mette in gioco, si affrontano paure e si attende con speranza la persona disposta anch’essa ad esporsi al rischio di entrare in contatto con un altro essere umano.
Si rimane positivi. Si confida nella bontà del prossimo. Si trovano nuovi passatempi e sogni ad occhi aperti su cui fantasticare. Si vede la vita da un altro punto di vista: colui che ha bisogno si mette a nudo di fronte alla necessità, liberandosi per una volta della propria corazza da invincibile che ogni persona adora indossare.

In una cultura così diversa e cordiale, ogni autoctono non sa come interpretare questa usanza dei viaggiatori occidentali. Molti salutano sorridendo colmi d’imbarazzo, altri emulano il tuo gesto ridendo inconsapevoli del suo significato, mentre alcuni, pochi, si fermano e chiedono: “Dove sei diretto?”
Fuori dalla città di Siem Reap, al calar del sole, una macchina impolverata abbassava il suo finestrino per proferire parola ad un essere completamente impolverato. Savon mi caricava dicendomi che tutti la chiamavano ‘Mama’. Mama non viveva lontana dal punto in cui mi aveva raccolto, ma dicendomi che la sua famiglia si sarebbe presa cura di me a causa dell’imminente avvento delle tenebre, mi fidai rinunciando dunque a lasciare la provincia entro la sera.
Arrivati nella sua proprietà venivo inondato da bambini che correvano da tutte le parti. Ognuno di loro proveniva da una famiglia povera locale. Mama offriva, tramite lavori di volontariato da parte di viaggiatori, lezioni d’inglese a scopo ludico ad ogni bambino che veniva a sapere di tale opportunità.
Tra la polvere permeante ogni sagoma, una piccola figura progrediva con passo veloce verso di me: il marito mi accoglieva a petto nudo con un abbraccio caloroso ed un sorriso contagioso. Trascorsa tutta la notte a parlare e condividere momenti con la famiglia allargata, mi veniva mostrata la stanza, addirittura personale, nella quale avrei alloggiato prima di proseguire il mio cammino il giorno seguente.


Prima di questa ed altre esperienze sull’asfalto Khmer, mi ero trovato a compiere lo stesso gesto in Australia. Un percorso di 300 chilometri mi divideva dal mio van semi morente parcheggiato da un meccanico a nord di Sydney. Un uomo sui trent’anni mi fece salire a bordo del suo suv dicendomi anche lui di non abitare tanto lontano, ma che dopo avermi cucinato un bel pranzetto mi avrebbe riportato sulla traccia giusta. Mi fidai, cercando sempre di cogliere comportamenti ambigui e possibili pericoli. Johno mi condusse nella sua dimora sugli argini del Dora Creek, affluente nel Pacifico; in sua compagnia trascorsi 18 ore di baldoria e suonate davanti ad un falò condividendo ogni pensiero e risata fino alle 6 del mattino. Dopo neanche 4 ore di sonno venni svegliato dalla sua promessa sposa. Reduci da una notte da leoni, a bordo del suo mezzo venivo ora condotto alla stazione del treno dove il mio nuovo amico mi consegnò una banconota da 100 dollari dicendomi: “Questi sono per il treno, il cibo e la benzina per poi tornare in città.”

Fare l'autostop non è certamente il modo più sicuro per viaggiare e servono sicuramente degli accorgimenti; forse per questo si può pensare riservato solamente al sesso maschile. Eppure, dalla mia esperienza di viaggiatore, posso affermare che non sono poche le donne che in solitaria fanno l’autostop.
Inma, un’amica spagnola conosciuta proprio in Cambogia, si ritrovò a compiere tragitti in autostop in territori pericolosi come il Messico ed il Sud America; persino Gon, piccola donna sud coreana intraprese molti viaggi in autostop. Per non parlare di una miriade di russe che dalle loro città lasciano tutto e partono alla volta del sud-est asiatico affidandosi solo al loro pollice sporto oltre il ciglio della strada. Tra le storie controverse e le brutte avventure che purtroppo si sentono, credo che sia importante far notare che ci si può fortunatamente ancora imbattere in Esseri Umani disposti ad aiutare il prossimo senza secondi fini.


In una società europea dove si diffida sempre dallo straniero, dove colui che fa l’autostop con il pollice rivolto verso il cielo viene considerato ‘un poco di buono’ o una ‘persona pericolosa’, si è talmente accecati dalle paure che ci si dimentica della forza ed il coraggio che l’altro individuo sta mostrando per mettersi nelle mani di un emerito sconosciuto, sperando di imbattersi in una persona intenta a condividere un pizzico di umanità in un mondo sempre più alla deriva.

Shake Your Mind!